"Non me ne vado". Il presidente boliviano Gonzalo Sanchez de Losada sfida i sindacati e l’opposizione dopo la giornata di sangue, che ha visto cadere 26 dimostranti (tra i quali un bambino di cinque anni) sotto il fuoco della polizia, cha ha avuto l’ordine di sparare. Il presidente aveva ieri cercato di placare la protesta firmando nella sua residenza del quartiere di San Jorge un decreto d’urgenza, composto da un solo articolo, che congela la vendita del gas agli Stati Uniti e dispone "un immediato dialogo tra i boliviani sull’utilizzo di questa risorsa nazionale". Troppo tardi. L’opposizione chiede ora che il presidente si dimetta, dopo ventisei morti e centinaia di feriti e di arrestati, risultato di un mese di scioperi, manifestazioni e violenti scontri di strada.
La decisione della firma del decreto era arrivata dopo che nella notte precedente una lunga colonna di blindati dei reparti militari aveva tentato di stroncare la resistenza dei manifestanti sparando ad alzo zero contro le barricate.
Sanchez de Losada aveva intimato di riportare, "costi quel che costi", l’ordine in quello che era diventato il focolaio della protesta che blocca da giorni le autocisterne che riforniscono di gas la capitale. Per giustificare la repressione, il presidente era arrivato a denunciare un presunto complotto ordito dall’opposizione politica, spingendo alla clandestinità decine di dirigenti popolari e leaders sindacali, minacciati di arresto. La manovra dei battaglioni anti-sommossa è sembrata avere successo fino a quando la popolazione, per lo più indigena di lingua quechua, ha iniziato a usare contro i cannoni e le mitragliatrici non soltanto le pietre e i bastoni ma anche i candelotti di dinamite che abbondano nella zona mineraria.
A stringere in un angolo Sanchez de Losada è la mobilitazione spontanea di tutte le categorie del paese, dai cocaleros ai maestri, ai commercianti e agli studenti, decise a paralizzare a tempo indeterminato La Paz. La sanguinosa e per ora vittoriosa "rivolta del gas" rappresenta un importante segnale politico per tutto il continente latinoamericano. I giornali boliviani e le agenzie di stampa internazionali avevano ridotto la rivolta a un atto ad una protesta di stampo anti-cileno, tesa ad impedire l’uso di un gasdotto che avrebbe portato gli idrocarburi dall’altopiano andino boliviano al porto cileno di Arica. I sindaci delle due città al centro dei disordini degli ultimi giorni, La Paz e El Alto, hanno formalmente preso le distanze dal presidente Gonzalo Sanchez de Lozada, condannando la repressione delle forze armate e giudicando insufficiente il decreto sul gas firmato la notte scorsa.
A chiarire la reale posta in gioco di queste ore è stato ancora una volta il deputato Evo Morales, l’ex capo dei cocaleros diventato il più strenuo oppositore di Sanchez de Losada che, dalla citta di Cochabamba, ha dichiarato che "il governo ha due sole possibilità: o cambiare il modello neo-liberale cominciando a nazionalizzare il gas boliviano o farsi da parte". La rivolta di El Alto è iniziata quando sono stati resi pubblici gli accordi commerciali che assicurerebbero guadagni per le multinazionali dell’ordine di 1300 milioni di dollari annuali, lasciando solo 70 milioni di dollari nelle casse dello stato boliviano. Il congelamento dell’accordo deciso da Sanchez de Losada non rappresenta solo un’umiliante battuta d’arresto per il governo ma anche l'ennesimo campanello d’allarme per il progetto nordamericano dell’Alca, il mercato unico americano progettato per offrire un enorme mercato e un immenso esercito di forza-lavoro alle imprese multinazionali statunitensi.
Guido Piccoli

Guido Piccoli

Guido Piccoli, giornalista e sceneggiatore, ha vissuto a Bogotá gli anni più caldi della "guerra ai narcos". Sulla Colombia ha scritto la biografia di Escobar, Pablo e gli altri (Ega edizioni 1994) e la guida della Clup (1996).

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