C´è un indubbio bisogno di continuità. Ovvero di raccordarsi al passato quale esempio, modello, memoria. Questa attitudine di rispetto per la tradizione nasce relativamente presto. Più tardo è, invece, il rapporto che si intende stabilire fra ciò che è considerato autentico e l´originale. Fu grazie al dibattito medievale sui testi e sulle reliquie, cioè sul fatto se considerarli autentici o falsi, che il problema dell´originale fu esplicitamente impostato.
In una chiave strettamente filosofica, la questione va ricondotta a Platone e Aristotele. Nel "Timeo" Platone svaluta la copia rispetto all´originale, all´idea cui ispirarsi. La ragione ai suoi occhi è chiara: l´originale si riferisce solo a se stesso, ha il carattere dell´unicità ed è un primum, mentre la copia è solo una riproduzione depotenziata dell´originale e presuppone l´originale stesso.
Aristotele, nella "Poetica", teorizza il concetto di mimesi in rapporto alla tragedia. La sua posizione non è così negativa come quella riscontrabile in Platone. Egli scorge nella mimesi un rapporto che non si riduce alla mera riproduzione passiva, oggi diremmo alla copia fotostatica. Al pari del mimo, l´opera della mimesi non consiste nel generare immagini multiple dell´originale, ma nell´alludervi in forma diversa. Si potrebbe dire, in termini moderni, che la mimesi ha il carattere dell´isomorfismo. Ossia, per chiarire con un esempio, intrattiene un rapporto analogo a quello di una canzone cantata con la sua trascrizione nel pentagramma, la sua incisione nei solchi di un disco o la sua espressione nelle bande magnetiche di un nastro.
In età moderna, la questione originale-copia cambia radicalmente perché diversa è la sensibilità con cui oggi si guarda ai temi dell´ontologia (della relazione tra pensiero/linguaggio e realtà) e dell´estetica. Ciò non toglie che una divisione molto netta sia rintracciabile proprio in ambito filosofico.
Da un lato, vi è l´apologia, dell´autenticità (attraverso tesi condivise sia da Heidegger che da Sartre). Dall´altro l´idea che troviamo in Benjamin, per cui esiste un´aura, o una patina inimitabile nell´originale, che l´arte moderna, nell´ "epoca della sua riproducibilità tecnica", tende a cancellare. Nell´arte seriale, teorizzata e praticata da un Warhol, l´aura, se resta, perderà la sua unicità. Dunque niente più arte? No, perché può nascere un´arte anche come riproduzione allusiva di qualche originale. La Gioconda con i baffi è un modo di "ricreare" un originale.
Veniamo al caso della Fenice. È noto che il teatro è risorto ben due volte dalle fiamme. Nata in forma neoclassica nel 1792, la Fenice fu ideata da Gianantonio Selva. Il primo incendio risale al 1836, il teatro fu ricostruito in forme più cariche. Con il secondo incendio, del 1996, si è acceso anche un dibattito che, a quanto pare, è destinato a durare a lungo.
I fautori della conservazione ricordano ad esempio il caso milanese della Scala, che fu distrutta durante la seconda Guerra mondiale e poi ricostruita. Il rifacimento deve essere fedele all´originale, ritengono, perché è solo così che si possono intrecciare storie, ricordi, memorie, testimonianze che appartengono a quel luogo. In questo modo si crea un simulacro in cui la nostalgia e i fantasmi del passato riprendono corpo.
Vi sono poi quelli contrari alla fedeltà ad oltranza all´originale. Portoghesi, ad esempio, diceva che ricostruire fedelmente un edificio equivale a sostituire una persona scomparsa con un pupazzo impagliato. I fautori dell´innovazione su un punto hanno ragione: nella copia manca l´elemento creativo. È come illudersi di rifare un quadro di Fontana praticando degli squarci sulla tela. Altro limite dei fedeli a oltranza all´originale sta nel loro anacronismo: la ricostruzione "dov´era com´era" non riflette le esigenze e i gusti del proprio tempo.
In che misura, mi chiedo, ed è qui il vero contenzioso, conciliare la fedeltà al ricordo e all´identità di una città storica come Venezia con la capacità di innovare in maniera creativa ed esteticamente accettabile? Mi risulta che Aldo Rossi, autore del progetto per la ricostruzione della Fenice, abbia rifiutato il concetto di copia, ma abbia voluto riprendere l´immagine del teatro originale. Qual è però la distanza di tale immagine dalla copia?
Gli esperti di restauro parlano di architettura stratificata quando gli interventi non sono così radicali come nel caso della Fenice. La mia opinione è che in una ricostruzione l´ideale sarebbe mettere insieme gli elementi di continuità storica con una innovazione che sia evidente e creativa., che porti il segno della discontinuità, del trauma subito. Occorre, entro certi limiti, accettare la storia con i suoi irreparabili eventi: è insensato immaginare di fermare il tempo riportando una cosa che è stata cancellata per incuria o per dolo al suo immutato e antico splendore. Le ferite devono lasciare la loro cicatrice: anche le opere d´arte devono portare i segni della storia, devono inglobare le cesure, le discontinuità, inserirle nella continuità. Perché è nella differenza, nell´elemento innovativo che sporge rispetto all´originale distrutto che si mantiene la memoria viva di una comunità.
Remo Bodei

Remo Bodei

Remo Bodei (Cagliari, 1938) ha insegnato Storia della filosofia ed Estetica alla Scuola Normale Superiore e all’Università di Pisa, ha studiato e insegnato in diversi atenei europei e americani, e attualmente insegna Filosofia alla Ucla di Los Angeles. Tra gli ultimi suoi lavori pubblicati: Piramidi di tempo. Storie e teoria del déjà vu (il Mulino, 2006); Gli uomini davanti alla natura selvaggia (Bompiani, 2008); La vita delle cose (Laterza, 2009); Ira. La passione furente (il Mulino, 2011); Immaginare altre vite (Feltrinelli, 2013); Generazioni. Età della vita, età delle cose (Laterza, 2014); La civetta e la talpa. Sistema ed epoca in Hegel (il Mulino, 2014); Ordo amoris. Conflits terrestres et bonheurs célestes (Les Belles Lettres, 2015). Con Feltrinelli ha pubblicato anche: Geometria delle passioni (1991), Destini personali (2002) La filosofia del Novecento (e oltre) (2015). Nei “Classici” Feltrinelli ha curato Sul tragico (1994) di Hölderlin e scritto l’introduzione a Uno, nessuno e centomila (2007) di Pirandello.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>