SULEIMANYA (Iraq) - Montagne brulle, fatte di forre rocciose e infiniti costoni erbosi che salgono a sfiorare i 4.000 metri d’altezza per perdersi nel cielo brumoso, che già attende la neve. «Tra poco sarà inverno. Fa molto più freddo qui che non a Bagdad e sarà difficile se non impossibile dare la caccia a chi cerca di infiltrarsi in Iraq da Iran e Turchia. Allora dovremo essere pronti, addestrati, armati. Perché proprio allora i terroristi di Al Qaeda e chiunque altro delle brigate arabe internazionali potrebbero avere gioco facile a passare il confine», dice Mustafa Jafar, colonnello dei Peshmerga e comandante dei 35.000 uomini armati al servizio di Jalal Talabani, leader indiscusso dell’Unione Patriottica del Kurdistan (Puk). Siamo venuti a trovarlo nella sua base di Fernandey, alle porte di Suleimanya, 500 chilometri a nord di Bagdad. Il colonnello Jafar sta preparando il passaggio dei suoi uomini da milizia armata al servizio di una delle tante fazioni in Iraq a parte integrante del futuro esercito nazionale iracheno. «Diventeremo guardie di frontiera, obbediremo direttamente al nuovo governo di Bagdad», spiega senza apparenti rimpianti. Ma non nasconde i problemi che lo attendono. Prima di tutto la necessità di coordinarsi con gli altri circa 50.000 Peshmerga che sino ad oggi obbediscono agli ordini di Massoud Barzani, capo del Partito Democratico Curdo (Pdk) e nemico storico di Talabani, asserragliato più a ovest nella città di Erbil. A suo dire il processo di assimilazione tra le due forze è giunto a un livello «molto avanzato». Una storia lunga. Dopo la guerra del Golfo nel 1991, i quasi 5 milioni di curdi residenti nel nord dell’Iraq chiesero e ottennero la protezione dell’esercito americano e tentarono di creare un governo autonomo unificato. «Ma nessuna delle due parti riconobbe il risultato delle elezioni locali del 1992. Talabani e Barzani arrivarono persino a fare appello rispettivamente all’Iran e a Saddam pur di imporsi l’uno sull’altro. E fu la guerra civile, tragica, vergognosa», ricorda Barham Salih, che dal 2001 è stato nominato primo ministro da Talabani nella piccola enclave di Suleimanya. Acqua passata. Oggi due sfide maggiori spingono i curdi a non ripetere più gli errori dello scontro fratricida: la possibilità dell’arrivo di 10.000 soldati turchi e la guerra ai gruppi fondamentalisti che vorrebbero trasformare l’Iraq del dopo-Saddam nel nuovo campo di battaglia contro gli Stati Uniti. «Noi curdi ci opporremo con ogni mezzo all’arrivo dei turchi. Ne approfitterebbero per regolare i conti e bloccare ogni nostra aspirazione autonomistica», spiegano all’unisono a Erbil e Suleimanya. Ne sono ben consapevoli gli stessi americani. «Ho trasmesso a Washington i miei timori», ci dice lo stesso comandante Usa per l’Iraq settentrionale, colonnello Harry Schute. «Durante la guerra i Peshmerga hanno contribuito alla caccia contro i gruppi di Al Qaeda e Ansar al-Islam, che avevano i loro covi in tre villaggi lungo il confine con l’Iran. Erano circa 900 terroristi: 250 furono uccisi, 150 catturati, gli altri scapparono in Iran o riuscirono a fuggire. Ma abbiamo le prove che lentamente stanno riorganizzandosi. Spesso cercano di unirsi ai gruppi della guerriglia filo-Saddam che operano nelle regioni sunnite di Falluja, Mossul e Tikrit. C’è una lenta ma costante infiltrazione di guerriglieri delle brigate arabe internazionali legate ad Al Qaeda dalle montagne della Turchia e dell’Iran. Sarà compito nostro controllare i confini il più presto possibile», sostiene ancora Mustafa Jafar. I dati sono inquietanti. A settembre ci fu il primo attentato a Erbil, che causò anche la morte di 2 soldati americani. Poi sono state sventate altre auto-bomba e non sono mancati attentati contro alti dirigenti della polizia curda. Ora i Peshmerga tornano a guardare alle montagne che circondano i loro villaggi. «I soldati di Saddam nel 1988 e nel 1991 vi sterminarono gran parte della mia famiglia - ricorda il colonnello Jafar -. Presto ci tornerò con le nuova divisa del nuovo esercito».
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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