BAGDAD - «Non cambia nulla, da qui nessuno riparte, nessuno molla». E' quasi una cantilena la risposta degli italiani impegnati nelle operazioni umanitarie in Iraq dopo l’attentato di lunedì alla sede della Croce Rossa Internazionale. Gli accenti sono talvolta diversi. C’è chi è un po' più preoccupato, chi sfida la sorte con un goccio di strafottenza e chi sfodera la retorica del sacrificio e del lavoro prima di tutto. Ma nella sostanza sono tutti d’accordo: nessuno si lascerà intimidire dal terrorismo, la loro missione deve continuare. Questo «clima» si respirava ieri anche all’«ospedale della Croce Rossa italiana» a Bagdad: 30 volontari tra medici e infermieri lavorano dal 3 ottobre su due piani del gigantesco Medical Hospital. Un complesso ospedaliero dove durante il vecchio regime si curarono tante delle vittime in quasi 10 anni di guerra con l’Iran. E qui, agli ultimi piani di uno dei palazzi più alti, sino al marzo scorso venivano ricoverati i giovani palestinesi feriti nell’intifada contro gli israeliani, del tutto spesati dagli iracheni in nome della solidarietà pan-araba. Oggi gli italiani vi hanno risolto un lungo braccio di ferro con la Croce Rossa Internazionale, che ai primi di maggio non aveva per nulla apprezzato il modo in cui era stato istituito l’ospedale di tende nel cuore della capitale. «Non possono farsi difendere dai carabinieri in armi. Non possono usare i vessilli della Croce Rossa senza coordinarsi con Ginevra. La nostra politica è sempre stata per la massima neutralità», ha ripetutamente accusato Nada Dumani, la portavoce della sede devastata dall’attentato, che da due giorni spiega come mai i suoi uffici non sono stati protetti, nonostante l’allarme cresciuto dopo l’attentato contro il quartier generale dell’Onu il 19 agosto scorso. Così a fine agosto si era giunti all’accordo: gli italiani avrebbero abbandonato l’ospedale di tende costruito a maggio con la protezione dei carabinieri e si sarebbero trasferiti al Medical Hospital. «Detto fatto, abbiamo mantenuto i patti. Ci manca un po’ la nostra vecchia cucina da campo. Ora dobbiamo adattarci ai piatti arabi della cucina irachena. Ma è l’unico inconveniente. Nell’ospedale siamo molto più sicuri. Abbiamo iniziato corsi di formazione per i medici iracheni che hanno bisogno del nostro aggiornamento. Oltre 13 anni di embargo internazionale li hanno penalizzati come non mai», racconta Roberto Baldassarelli, che dirige l’organizzazione del gruppo italiano. La loro missione è quasi finita. Il 3 novembre arriverà il nuovo scaglione, composto da 33 persone. Tutto come previsto da una tabella di marcia stabilita molto tempo fa. Ma nessuno fugge. «L’attentato alla Croce Rossa non ci spaventa. Non credo proprio che qualcuno verrà a mettere una bomba qui nell’ospedale», dice il pediatra Giuseppe Lops guardando la patetica barriera di filo spinato posta da poche ore di fronte all’entrata principale per ordine del ministero della Sanità del nuovo governo provvisorio. Dai primi di maggio ad oggi hanno assistito oltre 30.000 pazienti, 450 sono stati operati. La stragrande maggioranza sono casi di ustionati gravi a causa dell’uso frequente dal cherosene in cucina che dal tempo della guerra costituisce uno dei pericoli maggiori per le famiglie irachene. Stesse risposte al «Ponte per...», una delle organizzazioni non governative italiane più note, che dal 1992 opera in Iraq occupandosi di progetti legati alla potabilizzazione delle acque e a interventi educativi nel sistema scolastico. «C’è stata nelle ultime ore una riunione plenaria di tutte le organizzazioni umanitarie in Iraq: nessuno parte. Restano in Iraq oltre 800 cittadini stranieri, per lo più europei, impegnati sul campo. E noi non ci muoviamo di certo», dice la capo missione, Simona Torretta. Una determinazione anche in questo caso molto più forte di quella mostrata dopo l’attentato all’Onu. Allora alcune delle Ong abbandonarono il Paese, la maggioranza si stabilì ad Amman, lasciando sul posto solo il proprio personale locale. La più celebre fu la britannica Oxfam. Ma nessuna delle 9 italiane si mosse (oltre al Ponte, Intersos, Ics, Terre des Hommes, Movimondo, Coopi, Gvc, Cosv e Cesvi): oggi i loro operatori italiani in Iraq sono oltre 50. Ma anche la Croce Rossa Internazionale non intende chiudere. «Magari ridurremo ulteriormente il nostro personale straniero, del resto molti di loro erano partiti dopo la morte di un nostro dipendente il 22 luglio, ucciso mentre viaggiava su di un’ambulanza nella città di Hilla», ci dice Nada Dumani. «Oggi abbiamo circa 750 dipendenti locali e 35 stranieri (15 a Bagdad). Ma assolutamente non diserteremo l’Iraq».
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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