BAGDAD - Dagli otto ai dieci razzi di tipo katiuscia sparati in sequenza rapida. Almeno due enormi lastroni di cemento armato a protezione delle stanze centrali al decimo piano che rovinano al suolo con fragore. E la fuga delle centinaia di tecnici, diplomatici, militari e uomini d’affari ospiti dell’amministrazione americana a Bag dad che scendono precipitosamente le scale, mentre i soldati di guardia impediscono l’accesso agli ascensori, che in ogni caso sono bloccati. Così ieri, appena dopo le sei di mattina, l’Hotel Ra shid è entrato nella lunga lista degli obiettivi colpiti con successo dalla guerriglia in Iraq. Un successo che solo la struttura massiccia dell’hotel, ideato appositamente per resistere alle bombe, non ha trasformato in massacro. Ieri sera i portavoce americani confermavano la morte di un loro soldato, secondo il New York Times un alto ufficiale, e il ferimento di 15 persone. Tra loro anche un’archeologa italiana, Maria Teresa Onorati (direttrice del museo di Frosinone), che è stata graffiata alle braccia e alle gambe dalle schegge delle pesanti finestre di cristallo. Medicata sul posto, poche ore dopo l’attentato era già tornata al lavoro. Sfiorato dalle esplosioni, anche il sottosegretario americano alla Difesa, Paul Wolfowitz, che si trova in Iraq per una visita di tre giorni. «Questo attentato terroristico non ci impedirà di continuare la nostra missione, che è quella di aiutare gli iracheni a liberarsi dai criminali come quelli che hanno compiuto quest’atto, e di proteggere il popolo americano», ha dichiarato subito dopo durante la conferenza stampa, illeso ma visibilmente scosso. Era lui l’obiettivo degli attentatori? Il Pentagono nega con decisione. «I terroristi mirano a bloccare il processo di normalizzazione in Iraq. Solo poco fa abbiamo riaperto uno dei ponti principali di Bagdad e tolto il coprifuoco notturno proprio per l’inizio del Ramadan», spiegano i comandi Usa a Bagdad. Ma è difficile negare che le forze della guerriglia si dimostrano vitali e ben preparate. L’Hotel Rashid è uno dei simboli del potere politico dal 1978, quando fu costruito nel cuore della cittadella amministrativa della capitale per ospitare un summit dei Paesi non-allineati. Resistette con successo ai bombardamenti iraniani degli anni Ottanta, diventò il centro della stampa e degli uomini d’affari stranieri dopo la prima guerra del Golfo e venne colpito per errore da un missile americano nel ‘93 (allora morì una cameriera). Sul pavimento all’ingresso era stato posto un mosaico di George Bush senior che ogni ospite doveva calpestare, diventando così complice (volontario o meno) del disprezzo contro «l’aggressione americana». Era la residenza delle delegazioni ospiti di Saddam Hussein, ma anche il figlio maggiore di Saddam, Uday, ospitava le prostitute russe e libanesi nelle suite degli ultimi piani. E' collegato al Palazzo dei Congressi, la sede dell’ex Parlamento dove oggi si trovano sia l’amministrazione americana che il Consiglio del governo iracheno provvisorio, tramite un tunnel sotterraneo. Colpirlo significa dimostrare di poter agire impuniti. La guerriglia ci riuscì già il 27 settembre, con una granata che sbriciolò 3 lastre di marmo al penultimo piano. E una decina di giorni fa un altro missile terra-terra lo sfiorò per pochi metri. Ma quella di ieri è stata un’azione molto sofisticata. A parere degli esperti, è tipica delle squadre speciali degli ex servizi segreti di Saddam. «Pochi minuti dopo le sei sono arrivate due jeep sullo stradone che separa l’hotel dai giardini pubblici. La prima aveva un rimorchio dove era stato montato il lancia-razzi. In pochi secondi hanno separato il carrello dall’auto. Hanno sparato, poi sono fuggiti», spiega al Corriere Abdul Sattar, un dipendente dell’hotel che vive in zona. Dopo l’attacco i servizi di sicurezza statunitensi cercano di individuare eventuali spie nell’albergo. «Hanno radunato e interrogato fino a mezzogiorno i circa 200 dipendenti del turno di notte», ci racconta il capo della sicurezza irachena. Nel pomeriggio tutte le 330 camere vengono evacuate. «Sarete alloggiati in abitazioni di fortuna per un paio di giorni. Dobbiamo disinnescare alcuni razzi inesplosi, ripristinare l’acqua e l’elettricità. Poi tutto tornerà come prima», spiegano i militari. Ma la situazione resta delicata. In serata torna l’allarme quando un paio di bombe scoppiano nella zona del Palazzo dei Congressi, a duecento metri dall’hotel. Pare che non ci siano nuove vittime.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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