Con il verdetto delle sezioni unite della Cassazione, che non lascia margini ad alcuna incertezza, cala definitivamente il sipario su una delle più drammatiche vicende italiane che ha visto protagonista il più rappresentativo dei nostri uomini politici, il sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, alla sbarra e condannato in secondo grado addirittura per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. La Corte Suprema, annullando senza rinvio la precedente condanna a 24 anni, ha certificato l'innocenza dell'illustre imputato: un sigillo che - stando anche alle richieste dello stesso pg - prende le mosse dalla convinzione di essersi trovati di fronte ad un «vuoto probatorio», tanto evidente da aver trascinato nella logica assolutoria persino la posizione di un boss indifendibile come Gaetano Badalamenti, che tuttavia rimane in carcere perché condannato per tanti altri reati. Ma un altro significato, forse meno evidente, si nasconde dietro alla decisione dei nove ermellini di piazza Cavour. Senza troppi giri di parole, si può concludere che il sipario cala anche su una stagione dell'Antimafia caratterizzata da un forte ricorso al pentitismo mafioso. La sentenza di ieri sconfessa il più accreditato dei collaboratori di giustizia, Tommaso Buscetta, che nell'omicidio Pecorelli aveva disegnato un movente intimamente legato ad un presunto «interesse» del senatore a vita. Questa versione è stata polverizzata da un annullamento «senza rinvio»: i giudici, cioè, non hanno neppure ravvisato la necessità di un altro processo, ritenendo così più che sufficiente il margine di certezze (sull'innocenza del senatore a vita) raccolte dall'analisi dei dibattimenti precedenti. I pentiti di mafia avevano in precedenza conosciuto alterne fortune e ricevuto altalenante considerazione. La reputazione di Tommaso Buscetta, comunque, e non senza condivisibili argomenti, era uscita alquanto integra: fino a giustificarne eventuali «incongruità» con una sostanziale buona fede di fondo. Per questo la sentenza di ieri appare eclatante, almeno quanto lo era stata quella di Perugia che assimilava l'ex presidente del Consiglio all'infamia dell'omicidio mafioso. Pur liberato da questo macigno lungo dieci anni, Andreotti non ha - tuttavia - chiuso i suoi conti. Un'altra tappa lo attende: la Cassazione sul processo di Palermo che lo accusa di partecipazione alla gestione di Cosa nostra. Il ricorso è stato presentato, insieme con quello della Procura generale. Il senatore non manda giù quella «prescrizione» che certifica un suo presunto coinvolgimento almeno fino al 1982 e chiede l'assoluzione totale. Con uno stato d'animo certamente più incline all'ottimismo.
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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