Cancellate quel Pulitzer. Fatelo a tutti i costi. E non importa se fu dato nel lontano '32, o il premiato è morto da decenni. Qui c’è un "infame" da punire. Walter Duranty, corrispondente nella Mosca di Stalin per conto del New York Times. Troppo grave la sua colpa, dicono negli Usa. Non ha solo magnificato piani quinquennali, inneggiato a un dittatore, edulcorato purghe infami. Ha fatto di peggio. Ha liquidato come inesistente il deliberato sterminio dei contadini nel 1932-33, almeno sei milioni di morti per fame nella sola Ucraina. Tutto il grano sequestrato, fino all’ultimo chicco, per far crepare i "kulaki", rei di opporsi alla collettivizzazione. Nel granaio d’Europa, le terre nere di leggendaria fertilità, morirono come mosche: 25 mila al giorno. Diciassette al minuto, una frequenza quadrupla che nell’ecatombe di Verdun. L’assassinio tramite requisizione di cibo non s’era mai visto nella storia dell’uomo, e l’Ucraina dovette inventare una parola nuova per descriverlo: "Holomodor", strage da fame provocata dall’uomo. Fu orrendo. Un morto su tre era bambino o neonato. Le teste, le gambe, le pance si gonfiarono, divennero mostruose. I piccoli urlavano come animali, le madri scapparono di casa per non sentirli. Alcuni finirono vivi nelle fosse comuni. Furono sbarrate le città, perché gli operai non vedessero cosa accadeva ai contadini. Ma i contadini dovevano essere puniti, perché si opponevano all’imbroglio dei Kholkoz. Furono milioni di morti. Impossibile capire Kiev ignorando questo fatto. Impossibile, anche, capire perché una parte del Paese accolse Hitler come un liberatore. Oggi l’olocausto dimenticato compie 70 anni; tutta l’Ucraina accende candele sui balconi per ricordarlo. E oggi la commissione del Pulitzer, guidata da Sigvar Gissler, riapre il dossier e annuncia una decisione a giorni, entro novembre. Se il responso sarà punitivo, sarà il primo, clamoroso caso di revoca del premio giornalistico mondiale. Finora c’era stata solo una restituzione "spontanea", con Janet Coke che nell’81 aveva ammesso di essersi inventata la sua storia. Il tam-tam è già iniziato, la lobby ucraina a Washington ha inviato quindicimila cartoline di appello alla commissione perché "punisca" il reprobo. Anche la cultura attacca. Mark Von Hagen, storico della Columbia University, in una lettera resa pubblica pochi giorni fa, elenca fatti, misfatti, bugie e omissioni del corrispondente del N. Y. T., accusandolo di tradimento dei "valori liberali". Duranty, infatti, conosceva la verità. Oggi lo sappiamo. L’aveva confidata riservatamente al Foreign Office, Londra. Per questo la sua redazione l’ha già scaricato. E per questo il processo postumo parte con minime vie d’uscita per l’imputato. Gli argomenti di Von Hagen sono stati rilanciati proprio dal New York Times, il cui editore, Arthur Sulzberger jr., ha personalmente coinvolto il "board" del Pulitzer. A nome dei giornalisti, Bill Keller notifica che il desk considera il lavoro di Duranty "terrificante, una parodia di propaganda". Insomma, tutti d’accordo: l’opera di Duranty è stata una sciagura per il Times. E dicono: se la commissione Pulitzer vorrà ritirare quel premio, non ci saranno opposizioni. Eppure, non tutto è chiaro in questa storia. Che Walter Duranty l’avesse fatta grossa lo si sapeva da anni. Già nel 1990 il suo caso era stato oggetto di riesame. E George Orwell, nel dopoguerra, aveva già incluso il nostro nella famosa lista dei "comunisti" di cui diffidare. Perché dunque ora? Basta l’anniversario del massacro a spiegare questo ritorno d’interesse? No, non basta. C’è dell’altro. La politica. Nel 2004 l’Ucraina va a elezioni, e ci va con addosso una spaventosa frustrazione. La Polonia e persino i Paesi Baltici - ex fratelli sovietici - entrano nell’Europa dei ricchi. La Romania è in anticamera. Kiev invece niente. Ridotta in miseria, vive una lontananza disperante non solo da Mosca ma anche da Bruxelles. Così ecco spuntare l’America, con dietro la potente diaspora ucraina. Succede il 20 ottobre, quando il Congresso Usa, sulla scia di quanto già deliberato dal parlamento e dal governo di Kiev, vota all’unanimità una risoluzione (la numero 356) per ricordare solennemente la tragedia. La decisione rappresenta, si sottolinea, un "passo significativo nel ristabilimento dell’identità nazionale ucraina, l’eliminazione di ciò che rimane della dittatura sovietica, l’avanzamento degli sforzi per un’Ucraina libera e democratica". Un’Ucraina, si ribadisce, "pienamente integrata nella comunità delle nazioni occidentali". Già Putin aveva tentato di disinnescare la bomba, riconoscendo pacatamente le colpe moscovite nel suo ultimo discorso all’Onu. Washington stavolta va molto oltre. Parla di "genocidio". Cioè di aggressione etnica di Mosca nei confronti degli ucraini. Figurarsi la reazione della diplomazia russa su questo tema che sarà sicuramente al centro dell’imminente campagna elettorale a Kiev. Yevhen Khoryshko, dell’ambasciata di Mosca a Washington, sottolinea: "dissentiamo in modo categorico con una simile definizione dell’evento". E precisa: vi furono molte tragedie nei tempi di Stalin, ma non solo per gli ucraini; la strage colpì i russi, gli estoni, i ceceni, i kazachi, i tatari, le genti di Crimea e tantissime altre. L’irritazione indica una paura evidente. Quella che, di fronte al vuoto d’iniziativa dell’Europa, l’America possa attizzare rancori contro Mosca e diventare padrona di uno dei più sconfinati granai del pianeta Terra. La commissione Pulitzer tace, trincerata nel riserbo e assediata dalle lobby. Non ha un compito facile, anche per un motivo di diritto. Duranty fu premiato per i suoi scritti del '31, intrisi sì di propaganda sovietica, ma comunque precedenti allo sterminio organizzato. Così è lo stesso Bill Keller a dire: "se quelli del Pulitzer vogliono sostenere che un premio può essere revocato per un comportamento successivo al conferimento del medesimo, è loro diritto di farlo". Ma, rileva, altri vincitori discussi potrebbero allora trovarsi di fronte ad analoghe contestazioni. Il rischio è che tutto l’impianto del premio venga messo in crisi. E poi alla malafede di Duranty fa riscontro quella dell’intero Occidente. In quegli anni il capitalismo era troppo sconvolto dalla crisi del '29 per guardare ai malanni del comunismo. E Roosvelt, appena eletto presidente, era impegnato a gestire il riconoscimento diplomatico dell’Urss e il suo ingresso nella Società delle Nazioni. Ricorda lo storico dell’Est Federigo Argentieri che i pochi scampati alla carestia, giunti negli Usa, si trovarono di fronte a "un muro di diffidenza e incredulità". E che dire di Mussolini? Bombardato di lettere allarmate dal console Gradenigo di stanza a Kharkov, non disse nulla perché in quel momento flirtava con Mosca. Hitler, pure lui informato, tacque. Troppo impegnato, forse, nella presa del potere. Poi, dopo la guerra, venne il negazionismo dei comunisti occidentali. Inghilterra, Francia, Italia. Milioni di vittime ignorate per realpolitik. Quanti "mea culpa" si tirerebbe dietro una scomunica di Duranty! In Italia solo oggi se ne parla. Come al convegno sulla grande carestia organizzato da pochissimo a Vicenza dall’Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa Onlus, presieduto dal prof. Gabriele De Rosa. Ricorda Argentieri che un tremendo documentario dell’83 prodotto in Canada sull’argomento fu cortesemente respinto dalla Rai perché si trattava di una "patata bollente". E tre anni dopo, il capolavoro di Robert Conquest - Harvest of sorrow (Raccolto di dolore) - già tradotto in italiano, non fu mai pubblicato "per cause non del tutto chiare", e solo oggi viene ricuperato da Liberal Libri. Povera Ucraina. Senza quell’evento-archetipo dell’orrore, spiega Oxana Pachlovska dell’Accademia delle Scienze di Kiev e della Sapienza di Roma, non puoi capire lo sfascio attuale. Non puoi intendere la frattura che esiste ancora oggi fra uomo e terra, padri e figli, campagna e città. Non puoi comprendere nemmeno Cernobyl. Anche quella catastrofe, riconosce la Pachlovska, è il "prosieguo di un vuoto primordiale in cui la Fame aveva già fatto sprofondare il Paese". Un evento, scrisse Vasilij Grossman in Tutto scorre, dopo il quale "la non libertà trionfò incontrastata dal Pacifico al Mar Nero".
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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