Bagdad - E ora se ne va anche la Croce Rossa internazionale. «Chiudiamo gli uffici di Bagdad e Bassora a causa della situazione estremamente pericolosa», hanno dichiarato ieri i suoi dirigenti a Ginevra. Non che fossero rimasti in molti. Dopo l' assassinio di un dipendente originario dello Sri Lanka in luglio, l' attentato alla sede dell' Onu il 19 agosto e soprattutto in seguito all' attacco contro la sede della Croce Rossa a Bagdad il 27 ottobre, gran parte dei suoi dipendenti stranieri avevano lasciato l' Iraq. Ne restavano una trentina, partiti negli ultimi giorni, i 600 locali sono invece per lo più tenuti a casa. Ma ora la nuova mossa assume una profonda valenza simbolica. Vince la logica del terrorismo, che a furia di attentati vuole bloccare ogni tipo di normalizzazione nell' Iraq del dopo Saddam e soprattutto boicottare il tentativo americano di internazionalizzare la ricostruzione del Paese. «E' una chiusura temporanea, e i nostri uffici nel nord dell' Iraq restano aperti. Ma con dispiacere dobbiamo riconoscere che la Croce Rossa è purtroppo obiettivo dei blitz lanciati da un certo gruppo di persone», ha dichiarato il presidente dell' organizzazione, Jakob Kellenbeger. Ieri pomeriggio la palazzina devastata dall' attentato restava totalmente abbandonata, con solo tre sentinelle di guardia presso il muro di cinta semidiroccato. Sulla porta i drappi neri del lutto alla memoria dei due dipendenti morti per lo scoppio dell' auto bomba. Scelgono invece di restare la trentina di volontari per la Croce Rossa italiana che operano a rotazione sin dai primi di giugno. Una decisione in tono con le scelte di fondo degli italiani, spesso in polemica con la centrale di Ginevra. A partire da quella di accettare le scorte armate, prima dei carabinieri e ora della nuova polizia irachena. Dopo lo smantellamento del piccolo ospedale installato in tende da campo nel cuore di Bagdad sino alla fine di settembre, gli italiani si sono adesso trasferiti in un' area del Medical City (il più grande ospedale della capitale). Sino a una settimana fa venivano scortati quotidianamente dagli agenti iracheni sul luogo di lavoro dalle loro stanze all' hotel Palestine. Ora per motivi di sicurezza dormono all' ospedale. Non si muovono nemmeno le altre nove organizzazioni non governative italiane operanti in Iraq. Anzi, proprio in questi giorni i rappresentanti di Emergency stanno avviando la costruzione di un ospedale nella città sciita di Karbala, dopo averne aperti già due nelle zone curde di Erbil e Sulimanye. «L' Italia è il terzo Paese per numero di uomini e impegno nell' ambito della coalizione che opera in Iraq. Prima di noi ci sono solo Stati Uniti e Inghilterra», aggiunge l' ambasciatore Antonio Armellini, inviato speciale per l' Italia presso l' Autorità Provvisoria della Coalizione (Cpa), guidata dal governatore americano Paul Bremer. La situazione sul terreno resta molto tesa. Ieri mattina sono morti altri due soldati americani, a bordo di un cingolato esploso su una mina presso la città di Falluja. Sale così a 34 il numero delle vittime Usa nell' ultima settimana. A Tikrit, dove due giorni fa l' abbattimento di un elicottero ha causato la morte di sei soldati, ci sono state vaste retate che hanno portato alla morte di cinque iracheni e all' arresto di altri 16. E in serata a Bagdad si è udita una forte esplosione, seguita da una lunga sparatoria anche nei quartieri centrali tra l' hotel Palestine e il Palazzo della Repubblica, dove ha sede l' amministrazione americana. Prima di mezzanotte le truppe Usa stavano concentrando unità corazzate nell' intera zona. Un momento davvero grave per il vicesegretario di Stato, Richard Armitage, che arrivando ieri a Bagdad ha ammesso senza mezze parole: «E' in corso un' insurrezione che si avvicina molto a una guerra». Ha però aggiunto più ottimista: «Abbiamo un problema di sicurezza, ma abbiamo anche un solido piano di azione contro questa gente che ci uccide e uccide gli iracheni. Occorre arrivare al graduale trasferimento dei poteri al governo locale, però ciò non può essere fatto in tempi brevi».
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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