Nassiriya - C' è un grande cratere dove prima si trovava il parcheggio, a meno di 10 metri dalla facciata devastata della palazzina a tre piani. Un' ala è completamente crollata e per tutta la giornata una gigantesca gru dei genieri affiancati dagli uomini della Brigata Sassari ha scavato nella speranza di trovare qualcuno ancora in vita. I carabinieri in tuta blu lasciano il posto ai colleghi in mimetica verde dell' esercito. Stazionano al di là dell' Eufrate, in un' altra caserma, oppure fanno la guardia allo Zeitun, il ponte di Nassiriya che sino a poche ore fa era il loro punto di collegamento: ci passavano decine di volte al giorno per andare dalla caserma al comando. Ora non più. Il ponte è stato sbarrato. Ogni tanto un cingolato arriva sferragliante trascinando l' ennesima carcassa d' auto per ripulire la strada. Verso sera un gruppo di soldati della Sassari si lascia un poco andare. «E' accaduto questa mattina (ieri per chi legge, ndr) attorno alle 10 e 40 (le 8 e 40 in Italia, ndr). C' era il solito traffico di sempre sul ponte. All' improvviso dalla strada che costeggia il fiume è arrivato un taxi a tutta velocità. A bordo c' era un uomo armato, forse due, che ha aperto il fuoco con un mitra contro il posto di guardia dei carabinieri. Loro lo hanno visto, hanno risposto sparando. Ma era un' operazione diversiva, perché pochi secondi dopo è sopraggiunta velocissima un' autocisterna blu, che ha superato d' impatto le barriere, le barricate di cemento armato, i fili spinati, ed è esplosa in una nuvola di fuoco, seguita dalle deflagrazioni delle munizioni e dei mezzi italiani parcheggiati», dicono mostrando i fori delle pallottole italiane sulla fiancata e gigantesche chiazze di sangue all' interno. In tutto i kamikaze erano quattro, ha ricostruito in nottata il generale Giorgio Cornacchione, comandante del contingente italiano. Così, in pochi secondi, è svanita l' illusione che gli italiani, apprezzati dalla popolazione irachena più dei soldati americani grazie ai loro modi gentili, sarebbero stati risparmiati dagli orrori della violenza e del terrorismo in Iraq. Un' illusione che non teneva conto della logica della violenza sempre più implacabile in Iraq. Perché, se i terroristi sono pronti a devastare la sede dell' Onu e sbriciolare il quartier generale della Croce Rossa, non c' è motivo che non pongano tra i loro obiettivi anche i quasi 2.500 militari italiani legati al contingente internazionale guidato dagli americani. «Davanti a un attentato di questo tipo c' era ben poco da fare. Un attentato studiato a tavolino, ben preparato, inaspettato nella sua logistica», esclama allargando le braccia il colonnello Gianfranco Scalas, che ha il compito di portavoce. In effetti già a fine giugno c' erano stati i primi allarmi. Il colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli, un uomo d' esperienza, che ha comandato le missioni a Sarajevo, è stato tra gli osservatori internazionali a Hebron (in Cisgiordania), ha operato in prima linea contro la mafia in Sicilia, aveva fatto chiudere parzialmente già allora la strada che passa davanti alla caserma. Tra due giorni avrebbe dovuto andarsene per il normale avvicendamento dei circa 360 carabinieri ai suoi ordini. Molti erano già partiti. Ieri sera avrebbe dovuto brindare all' arrivo del suo successore, colonnello Carmelo Bugio. Invece adesso è costretto a contare i morti italiani: 18 dicono gli ultimi bilanci, 12 carabinieri, 4 soldati della Sassari, un aiuto-regista che stava preparando un documentario sulla vita dei soldati al fronte e un addetto alla cooperazione. Poi ci sono le vittime irachene. Almeno 9 civili, ma le televisioni arabe ne contano oltre 30. Parlando con i soldati si capisce che la situazione sul terreno non era facile. «La gente non ci tratta bene. Spesso i ragazzini, e non solo loro, ci tirano pietre quando passiamo in convoglio. C' è chi dice che siamo truppe di occupazione come gli americani», dicono ancora due soldati dall' aria molto giovane della Sassari. I carabinieri, più anziani, tacciono. Ma è tutto cambiato rispetto a luglio, quando ancora il contingente stava acquartierandosi nel centro di Nassiriya a rimarcare una scelta molto precisa. «L' esercito sta nella grande base americana di White Horse, quasi 10 chilometri fuori dalla città. Noi invece stiamo con la gente, siamo in trincea per garantire la sicurezza e la pace tra gli iracheni», diceva lo stesso Di Pauli, una sera a cena guardando la città dal tetto della palazzina che ora è totalmente inservibile. Gli americani stavano andandosene dalle sale del museo archeologico, che avevano occupato sin dai tempi della guerra ai primi di aprile. I carabinieri si sarebbero sistemati sulle due sponde dell' Eufrate. «Una volta organizzati andremo a fare jogging lungo il fiume e nel parco dell' università», prometteva Di Pauli. Nulla di tutto questo. Già in agosto ci furono tensioni, un paio di civili vennero uccisi mentre manifestavano per la mancanza di lavoro. Ora si fa ginnastica chiusi in stanza, oppure si va a White Horse. E ora anche la città appare molto più ostile, straniera, lontana. Ieri sera gruppi armati dalle milizie Badr, legate ai gruppi fondamentalisti sciiti, controllavano i passaporti di ogni straniero. «Noi non c' entriamo per nulla. Noi amiamo gli italiani, ci portano la pace. I terroristi vengono dall' estero, sono gli uomini di Al Qaeda», dice ad alta voce un gruppo di uomini seduti non lontano dal luogo dell' attentato. Ma più in là un ragazzo aggiunge: «Tutti gli stranieri devono andarsene».
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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