Sguardi obliqui. Gente che fa finta di nulla poi si volta a guardare da dietro le spalle. Liceali che dicono «Velo è figo». Borbottii da Bar Sport. Inquietudine di benpensanti. Curiosità benevola tipo: «mi scusi la domanda». Un vecchietto che sibila «Musulmani schifosi». Chiacchiere, risolini, silenzi, indifferenza, rispetto, compatimento di femministe, frasi come «poveretta, ti libererò». Talvolta occhiate di libido. Una commessa che spiega perché non si assumono musulmane: il velo è castigato, non fa vendere. Il mercato chiede tette e culi. Pelle viva. Se vuoi capire gli italiani, passeggia con una donna velata. Lascia che quella cosa carica di simboli - lo Hijab - reagisca con i succhi gastrici della massa, faccia cortocircuito nei luoghi dell' incontro e dell' allarme sociale: periferie, bar, treni, mercati. L' abbiamo fatto con quattro donne. Quattro storie, quattro modi diversi di leggere la gente nostra stando nelle scarpe altrui. Uno specchio dei mille volti della società italiana. Verona, piazza Bra, ora dell' aperitivo. Batul Hanife, siriana di 21 anni nata in Italia, studentessa in legge, provoca un jet lag in chi la incontra. Occhi azzurro cielo, accento trentino, foulard elegante e ramadan stretto. Vive placidamente la sua identità complessa: nei rapporti con lo Stato, i genitori, la religione, i giovani, la società. Al ristorante il cameriere ci ronza attorno, non si dà pace di fronte all' ordinazione. «Un» risotto, «un' » insalata», «un' » acqua minerale. E per la signora? Niente. Alla fine azzarda: «Un solo espresso, immagino...». Sì, uno solo. Nulla per la ragazza bianca come un' austriaca. Porta il foulard color acquamarina con civetteria. Sotto Casa Capuleti la gente si volta a guardarla. In facoltà la chiamano «mitica Batul». «Quando ti conoscono - spiega - il velo non conta». Il problema è altrove. Nei luoghi pubblici. «Una vecchia in treno non mi toglieva gli occhi di dosso. Era chiaramente ostile». Ma forse era solo inquietudine. In Padania per non essere «dei nostri» basta essere del paese vicino. «De dove ti xe ti?», ti dicono subito. Figurarsi quando appare un' aliena velata. Borbottii, supposizioni. Ma l' importante è portarlo con sicurezza. «Così - spiega - diventa un simbolo di appartenenza chiaro. E genera rispetto». Gulmina Bilal, nata in Pakistan, 40 anni, a Bergamo di sotto. Sta chiusa in un foulard grande, sigillato come un fiore a due petali soli. Lo porta con orgoglio, passeggiando tra i montanari leghisti nell' isola pedonale chiamata «Sentierone». Non ha bei ricordi. «All' inizio pensavo che il velo mi proteggesse. Ne avevo bisogno; questo è un mondo dove non sono chiari i confini tra lecito e illecito, puro e impuro. Era una profilassi, un diaframma contro la contaminazione. Poi ho visto che era peggio. Attirava proposte oscene. Per certi uomini ero «la» straniera, dunque territorio franco, donna disponibile, donna di tutti». E allora? «Avrei potuto togliermelo» risponde spalancando gli occhi grandi, neri, sottomessi. «E invece l' ho messo ancora più scrupolosamente. Era diventato la mia bandiera». Spiega che lo Hijab ha limitato le sue possibilità di trovar lavoro, ma non sai se crederle. Ha troppa fretta di correre a casa per servire la cena al marito. Fa niente se è laureata, la moglie è moglie. Saluta e se ne va quasi di corsa, in mezzo alle ragazze scoperte che guardano curiose. Ridono, sono un altro pianeta. Non sanno che quel velo militante, forse, è solo l' alibi di una rinuncia. Al mercato di viale Monza a Milano, trovare un lumbard è dura. Quasi tutti stranieri tra i banconi. Negin, iraniana, 30 anni, non dice il suo cognome, ha paura del marito, figurarsi dei giornalisti. Esce da un pianeta chiuso, la sua famiglia è povera. Milano le fa paura, teme che i figli si perdano tra svergognate veline e braciole di maiale. Porta il foulard con timidezza, dopo l' 11 settembre teme di diventare bersaglio. Ma se le chiedi se porta lo Hijab con timore ti dice subito di no. Ha paura che un «sì» sia interpretato come atto di poca fede. Così il velo diventa sicurezza. E l' inferiorità si trasforma in superiorità. Una robusta venditrice di frutta non si dà pace. «Signora ma se lo tolga, se vuole vado io a dirlo a suo marito». Non la sfiora l' idea che Negin non sia d' accordo. Lei tace, è imbarazzata, non vuole essere liberata. Conosce a memoria la micidiale indignazione-solidarietà delle iper-emancipate. Sempre la stessa musica: io libera tu oppressa, io progresso tu arretratezza. Lei sa una cosa sola. Senza il velo non potrebbe uscire di casa. Sumaya Abdel Gader, palestinese, 25 anni, vive anche lei a Milano, è nata in Italia e si sente italiana a tutti gli effetti anche se non le hanno ancora dato la cittadinanza. Sua figlia Dania, sette mesi, è una delle prime musulmane della terza generazione. Impermeabile bianco sopra un tailleur nero, fazzoletto che non scende fuori ma entra nel collo del vestito, Sumaya vive coscientemente il velo non come testimonianza ma anche come strumento di conoscenza. Qualche sopruso l' ha subito. In un bar di Assisi le hanno negato l' accesso alla toilette per cambiare i pannolini alla bambina. In un negozio di moda le hanno detto: signora, questo non è posto per lei e il suo portafoglio. Di incontri ne ha fatti tanti, degli italiani ha un' idea positiva. «Sono bonaccioni, talvolta labili, ma sicuramente predisposti al cambiamento. Aperti, pronti a dialogare senza problemi». E anche se, col Vaticano in casa, non sono ancora abituati alla pluralità religiosa e anche se qui non esiste ancora una cultura dell' immigrazione, gli italiani vivono senza drammi la vicinanza con lo Hijab. Molto meglio che in Francia, il velo ridiventa ogni sei mesi un dramma nazionale nelle scuole. «Il problema non è la gente - fa Stefano Allievi, esperto dell' Islam - ma il segnale che arriva dall' alto. Dalla classe politica». In tutt' Europa, spiega, ci sono partiti antislamici, ma l' Italia è l' unica dove sono al governo. In Italia, dalla maggioranza, salgono ovazioni ai pamphlet anti-immigrati della Fallaci. Da un partito di maggioranza parte la proposta di «benedire» con urina di porco lo spazio di moschee da costruire. La differenza è qui: solo qui i propositi da bar Sport sono presi come cose serie, spiegazioni scientifiche».
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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