Se c' è un' anti-politica che vince le elezioni e governa, c' è anche un' anti-televisione che si mangia la maggioranza quasi assoluta dell' audience (42 per cento, neanche la vecchia Dc ci arrivò mai) e rovescia il tavolo della comunicazione di massa. Parlo, ovviamente, dell' «Isola dei famosi». Che è anti-televisione per le stessissime ragioni che definiscono l' anti-politica. Sono completamente saltate, come tappi vecchi, tutte le precedenti e consolidate mediazioni che portavano al successo, al potere o comunque alla visibilità di massa: una cultura specifica (come la cultura teatrale o musicale o giornalistica) o un qualche precedente tirocinio non sono più il filtro invalicabile per poter stare davanti a una telecamera accesa. Quello che conta è disporre di una sorta di «sé naturale», di spinta vigorosa e primitiva a manifestarsi e a prevalere. Chi abbia seguito la serata finale dell' «Isola» ha assistito a un poderoso spettacolo di wrestling identitario, nel quale prevaleva chi sapeva dire o sbraitare la parola «io» nella maniera più spiccia e visibile. Uno spettacolo a suo modo affascinante, perché straordinariamente rappresentativo dell' epoca, specchio di un' energia «popolare» che spacca la crosta della tradizionale decenza televisiva e sociale ed erompe sulla scena come pura adrenalina individuale. Perfino per poter dire «sei una stronza» a Carmen Russo, fino a pochi anni fa, bisognava essere almeno critici d' arte come Sgarbi, o scrittori come Busi. Oggi basta essere la mamma della concorrente di un reality-show, e in fin dei conti questo è un altro colpo al privilegio della cultura e alla fatica necessaria per ottenerla. Volendo solennizzare i toni, diciamo che le due fondamentali categorie critiche del secolo scorso, marxismo e psicoanalisi, celebrano con Pappalardo, Walter Nudo, la contessina bionda e le altre starlettes dell' anti-televisione, i loro definitivi funerali. L' identità sociale e l' identità individuale, con Marx e con Freud, erano considerate il frutto di un percorso, di uno scavo. Erano un disvelamento, un lavoro, una conquista, una lotta in divenire. Finché qualcuno decise di accendere una telecamera sulla «gente» così come è, e nel punto preciso in cui si trova, e incoronarla sul campo. Mossa insieme geniale e cinica (perché poi, si sa, l' incoronazione della gente ha un indotto miliardario, e ci campano sopra in parecchi), mossa comunque rivoluzionaria perché libera la coscienza di massa da molte vecchie incombenze, quella borghese dello stile, per esempio, o quella cattolica del valore intrinseco di ciò che si offre agli altri, o dagli altri si preleva. O quella marxista (davvero l' ultima eresia borghese) che prevedeva, per liberarsi, di emendarsi prima della falsa coscienza. Studiando. Studiandosi. O, come direbbe la contessa De Blanck, facendosi un culo così. Qui, nel mondo liberato dei neofamosi televisivi, il motto potrebbe essere questo: vale voler valere, cioè conta soprattutto quel fantastico colpo di reni (precluso a noi bacucchi di formazione novecentesca) che permette di saltare di slancio ogni complicazione etica e pure estetica, ogni problema auto-formativo, ogni menata sulla propria identità, e ruggire, alla Pappalardo, la propria voglia di vivere a prescindere, voglia metabolica, splendidamente bestiale, genuinamente naif. Si consideri, a questo proposito, che i pur non eccelsi meriti professionali fin qui ricavati dai concorrenti (si va dalla soubrette di medio livello al maturo cantante di seconda fila) non contavano più nulla, nell' Isola. Contava la minuta dialettica di tutti i giorni («sei cattivo», «sei buono», «mi sei simpatico», «mi sei antipatico»), contavano la furbizia arrangiatrice e la psicologia da rivista femminile, gli addominali non troppo laschi, la destrezza nella masticazione rapida, contavano i sentimenti (a palate, quelli) arrovesciati addosso al pubblico e ai co-protagonisti, contava insomma lo strato superficiale e visibile dell' io, quello che pulsa addosso, quello che geme o inveisce nel battere di un' inquadratura. A cosa porti, poi, questo trionfo della televisione di pancia, questa consacrazione del selvaggio (buono o cattivo, dipende da chi preparava il pranzo sull' isola), questo accaparramento travolgente della scena da parte dell' ordinaria dialettica tra vivi, non si sa ancora bene. Di certo, si sa che piace, anzi strapiace al pubblico di massa perché è liberatorio, perché è esemplare, perché non comporta l' onere di affinarsi o giustificarsi. In questa luce ferina e infantile, da alba di un nuovo evo, tutta o quasi la vecchia televisione, compresa quella di Ricci che è pur sempre recitazione, teatro, elaborazione del reale, viene semplicemente sbaragliata. «Striscia» ha la contemporaneità del «Musichiere» o di «Non è mai troppo tardi», di fronte alla giubilante scoperta che per essere famosi, e per avere il potere (e il denaro) dell' audience, basta lasciarsi vivere, così come si è, davanti a una lucina rossa accesa.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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