1. La libertà di opinione in Italia esiste solo in teoria. Nel senso che in teoria si è liberi di esprimere la propria opinione. Ma in pratica il vero problema è: dove? Berlusconi possiede la quasi totalità dell’informazione cartacea e la totalità dell’informazione televisiva. Con ciò, egli controlla tutti noi. Resterebbe solo la libera e pacifica manifestazione di piazza; ma se i media di Berlusconi si rifiutano di trasmetterla, oppure la falsificano, oppure la ridicolizzano, come è già avvenuto, sarà come se non ci fosse stata, per quanto imponente essa fosse. Si limiterà alla consapevolezza di due o tre milioni di cittadini, e in un paese di sessanta milioni è come una goccia nell’oceano, resta un romantico "tra noi". E non si dimentichi che Berlusconi, alla vigilia della più imponente manifestazione indetta dalla Cgil di Cofferati nel 2001, ha attribuito la responsabilità dell’assassinio del professor Marco Biagi proprio alla Cgil, e per proprietà transitiva ai tre milioni di cittadini che manifestavano pacificamente. In quell’occasione Berlusconi si impadronì della Rai e rivolse un messaggio alla nazione come se fosse il presidente della Repubblica. Il vero presidente, nel frattempo, si era recato in visita privata alla famiglia del professore assassinato. Questo l’ho già detto più volte. Non si devono dimenticare inoltre le parole di "disapprovazione" (chiamo così delle parole che mi sono suonate allarmanti) del ministro della Difesa all’indomani di una pacifica manifestazione. I ministri della Difesa dispongono di carri armati, e ciò fa la differenza.
L’Italia è semplicemente un paese "occupato" da una persona che ha concentrato un immenso potere nelle sue mani. Berlusconi ha preso il potere e farà di tutto per non lasciarlo più, perché ne va della sua sopravvivenza. Certo che la repubblica è in pericolo. Del resto lo è sempre stata, fin dalla nascita. È nata malata, basta leggere i resoconti della commissione Stragi. Con Berlusconi il cosiddetto "sommerso della repubblica" (la definizione è degli storici contemporanei) è semplicemente venuto a galla. E si è affermato.

2. Confesso di nutrire scarsa fiducia nelle forme in cui possa strutturarsi il centro-sinistra: la nuova strategia. Prima sarebbe necessario cambiare gli strateghi, perché è ovvio che qualsiasi strategia assomiglierà agli strateghi che la concepiscono. Ma abbiamo visto che gli "strateghi" non hanno assolutamente intenzione di lasciare le leve di manovra, neppure dopo le sconfitte più clamorose (il che è segno che hanno un concetto curioso del ricambio democratico). Temo che per aspettare un cambio dovremo attenderne la sparizione per raggiunti limiti di età vivibile; il che, se Dio me la manda buona, significa praticamente aspettare la mia, visto che siamo della stessa generazione, anno più anno meno.
E poi, l’attuale sinistra italiana, per avere un’identità che le manca, ha bisogno di Berlusconi. Come se il bianco, per definire se stesso, avesse bisogno di dire che non è nero. Quando per dire ciò che si è si dice che cosa non si è, significa che non si sa cosa si è. Non si può esistere in funzione di un avversario: avversario che peraltro la sinistra non vuole "demonizzare", perché se egli fosse sconfitto e sparisse la sinistra sarebbe costretta a guardare se stessa e a chiedersi: ma io chi sono? La democrazia odierna mostra evidenti ed allarmanti scricchiolii. Ma avete mai sentito la sinistra italiana che si sia messa a ridiscutere seriamente la democrazia? Intendo i concetti portanti della democrazia, ciò che ne è o dovrebbe essere l’essenza: i diritti dei cittadini, le libertà, la distribuzione del potere, la distribuzione dei beni materiali, il diritto al lavoro, il controllo sui singoli e sulle masse eccetera.
La sinistra sembra un piccolo gruppo di imprenditori interessati all’indice delle borse: gli unici problemi che la interessano sono la produzione, la competitività economica, come "far crescere il paese". "Far crescere il paese" è importante. Ma per chi? Per quali scopi? Per quale tipo di vita? L’unico leader che aveva capito la necessità di ridiscutere la forma attuale della democrazia è stato prontamente neutralizzato, e la sua parabola politica mi pare interrotta. Almeno per ora.

3. La società civile, certo. È fondamentale, perché senza società civile non c’è democrazia. Però, purtroppo, è anche vero che senza democrazia non c’è società civile. Le due cose hanno bisogno l’una dell’altra per esistere. Il Cile di Allende per esempio aveva una magnifica società civile: intellettuali, artisti, cittadinanza, ceti medi riflessivi. Tutti così entusiasti, così orgogliosi di amare e difendere i loro principî costituzionali. Una situazione radiosa. Poi da un momento all’altro il tempo si turbò: la meteorologia della Storia è estremamente capricciosa. Con questo non voglio dire che per convincere la società civile a starsene zitta e buona in casa propria ci voglia un diluvio come quello di Pinochet. Ci sono tante maniere. Berlusconi, con parole apparentemente fetenti ma che paradossalmente sono un’utile radiografia della sua mentalità, ha evocato "la villeggiatura". Basta per esempio mandare certa gente "in villeggiatura", come faceva Mussolini. Credo che invece di scandalizzarsi per quello che Berlusconi dice sarebbe necessario seguitare il suo ragionamento, che lui ha interrotto a un certo punto. Ci provo.
Concediamo che Mussolini mandasse la gente "in villeggiatura". Come ce la mandava? Con i tribunali speciali. Ebbene, in Italia un tribunale normale non è riuscito a mandare "in villeggiatura" Berlusconi. Perché una legge speciale lo ha salvato all’ultimo momento. Questa legge è un attentato mortale alla democrazia, perché la altera profondamente: io, voi, tutti noi società civile, insomma gli italiani tutti, davanti alla legge non siamo uguali a Berlusconi.
Sia detto chiaramente che di questo grave attentato non considero responsabile Berlusconi, considero responsabile il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che l’ha firmata a spron battuto senza neppure concedersi i trenta giorni di riflessione a sua disposizione che avrebbero consentito la requisitoria del tribunale contro Berlusconi. Questa legge speciale che Berlusconi si è fatto confezionare, e che da sola fa saltare una democrazia, necessitava di un fermo diniego da chi poteva darlo, costasse pure un conflitto istituzionale (se non nasce un conflitto istituzionale in casi del genere, non so cosa ci vuole). Ciampi, al contrario, ha accettato di essere un beneficiario della stessa legge, cioè si è messo al riparo di una legge che protegge dalla legge italiana un personaggio imputato per reati gravissimi. Senza nessun pudore. Mi auguro che la Storia possa giudicarlo per quello che ha fatto, se ci sarà ancora una Storia credibile nei prossimi libri di testo dei "giovani italiani". E che possa giudicare anche quella cosiddetta opposizione che finora non ha avuto la decenza (stavo per dire il coraggio, che è un concetto donabbondiano inapplicabile ai parlamentari dell’opposizione) di dirlo, e che continua a chiamare questa legge "lodo Schifani", come se la legge l’avesse firmata l’onorevole Schifani. Torno al problema.
Berlusconi sa perfettamente, anche se non lo dice, che per mandare la società civile in villeggiatura ci vogliono dei tribunali speciali. Con ciò ammette indirettamente che per mandare in vacanza lui, gli italiani dovrebbero inventarsi un "tribunale speciale", visto che quello regolare è stato imbavagliato. Per il semplice motivo che, a mio avviso, una parte di Berlusconi e una parte della sua coalizione (solo una parte, forse certe cellule possono ancora essere salvate) è per la democrazia quello che egli sta dicendo di una parte della magistratura (e Berlusconi me lo "consentirà", perché se lui "si consente" di dirlo di una parte delle istituzioni del mio paese, io lo dico di una parte di lui), è un "cancro che deve essere estirpato". Comprese tutte le "mele marce" (l’espressione è dell’onorevole Casini, del cui stato cellulare sarebbe bene fare una Tac) che gli stanno intorno.
Ma questa soluzione, ammesso che esista una soluzione, spetta agli italiani di trovarla, di proporla, di esigerla. L’unica maniera di salvare la democrazia italiana è che Berlusconi sia giudicato in un tribunale. Che a questo punto sarebbe "speciale", per così dire, ma la cui specialità consiste solo nel tornare alla normalità. Cioè nel buttare all’aria (se si è in tempo) la nefandezza della legge sull’immunità firmata da Ciampi. Questa iniziativa appartiene ai cittadini italiani, alla società civile.
Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, 2012) ha pubblicato Piazza d’Italia (Milano, 1975), Il piccolo naviglio (Milano, 1978), Il gioco del rovescio (Milano, 1981), Donna di Porto Pim (Palermo, 1983), Notturno indiano (Palermo, 1984), I volatili del Beato Angelico (Palermo, 1987), Sogni di sogni (Palermo, 1992), Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, 1994), Marconi, se ben mi ricordo (Roma, 1997), La gastrite di Platone (Palermo, 1998), Racconti con figure (Palermo, 2011) e, con Feltrinelli, Piccoli equivoci senza importanza (1985), Il filo dell’orizzonte (1986), I dialoghi mancati (1988; nuova edizione che comprende anche Marconi, se ben mi ricordo, 2019), la nuova edizione de Il gioco del rovescio (1988), Un baule pieno di gente (1990, nuova edizione 2019), L’angelo nero (1991), Requiem (1992), la riedizione di Piazza d’Italia (1993), Sostiene Pereira (1994, premio Viareggio-Rèpaci, premio Campiello, premio Scanno, premio dei Lettori e Prix Européen Jean Monnet), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), Si sta facendo sempre più tardi (2001, Prix France Culture 2002), Autobiografie altrui (2003), Tristano muore (2004, miglior libro dell’anno secondo la rivista francese “Lire”), Racconti (2005), L’oca al passo (2006), Il tempo invecchia in fretta (2009), Viaggi e altri viaggi (2010), la riedizione de Il piccolo naviglio (2011), Romanzi (2012), Di tutto resta un poco (2013), Per Isabel (2013). Ha curato l’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa e ha tradotto le poesie di Carlos Drummond De Andrade (Sentimento del mondo, Torino, 1987). Ha ricevuto il Prix Médicis étranger e il Prix Européen de la Littérature in Francia;

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