È faticosamente in piedi, da qualche mese, un giudizioso dibattito sui toni astiosi e l´animosità soverchiante della parola politica e giornalistica. Vengono rimproverati, a turno, gli intellettuali di sinistra che gridano al regime, gli uomini di maggioranza che si comportano come se il regime ci fosse davvero, i battutisti che sbagliano battuta, i revisionisti che revisionano troppo e gli antifascisti ipervigilanti per i quali anche la revisione di una sola virgola è un attentato alla Costituzione.
Benissimo. Ottimo. Poi però arriva un ministro della Repubblica, Umberto Bossi, che definisce "bingo bongo" gli immigrati africani. Come nell´avanspettacolo razzista. Come nella vulgata coloniale fascista. E viene spontaneo chiedersi, naturalmente con tono sommesso e postura educatissima, in quale altro paese europeo la parola razzista e la parola governativa possano coincidere con così micidiale precisione. O quale politico americano, che in un vortice di ubriachezza definisca nigger gli afroamericani, possa scampare al conseguente e sacrosanto massacro mediatico che il politically correct gli scatenerebbe contro. Compreso un ricco codazzo di problemi legali.
Gli inviti alla moderazione, in sé legittimi in un paese in scomposta fibrillazione, valgono finché vale il comune rispetto delle regole di convivenza, della decenza civile. Se a fare a pezzi questo lessico, a ledere questa minima condizione della reciproca sopportazione, non è un opinionista nervoso, non uno striscione di stadio, non un energumeno di base, ma un ministro della Repubblica (il quale, non tra parentesi, ieri ha anche risventolato il progetto, perfettamente anticostituzionale e illegale, della secessione), è segno che lo strappo offensivo, lo sbrego sistematico hanno contagiato i piani alti della politica: il governo, il potere, le istituzioni.
Poi, certo, ognuno è alle prese con il proprio senso di responsabilità, la propria coscienza, il proprio tanto o poco sforzarsi di capire le ragioni altrui. Ma il razzismo, tema tra l´altro di cocente attualità dopo gli sbocchi antisemiti della destra più impenitente e della sinistra più scema, non è neanche una mezza ragione, è, qui e ora, una pura bestemmia civile. E di un uomo dello Stato che offende con sghignazzante ignoranza la gente povera e migrante, che cosa di deve e si può dire, cercando di restare nei canoni della famosa "moderazione"? Che fa vergognare, che rinfocola la sgomentevole fatica di saperlo ministro, per giunta eletto da nostri concittadini, oppure è troppo, oppure si deve solamente sorridere a labbra serrate, come tra educati quando parlano i rozzi?
La questione dei toni e dei modi del dibattito politico è importante, molto importante. Ma il rispetto per l´avversario non può essere un galateo ipocrita, né un´autocensura, perché la democrazia, se non è proprio merda e sangue come diceva Rino Formica, è però anche scontro di valori, e lotta appassionata per affermarli. Sono i contenuti, non la forma delle parole di Bossi, il motivo del contendere. A una terminologia derisoria e volgare corrisponde un pensiero truce e isolazionista, e poiché anche noi, se a Bossi non dispiace, abitiamo qui, siamo costretti a dirlo. E siamo costretti a ricordare che un governo che si consente un ministro del genere è il primo, primissimo fattore di turbativa del costume democratico. E che neppure il più ceffo degli scribacchini, il più iroso degli intellettuali, la più nervosa delle vestali costituzionali, ha mai eguagliato la miseria verbale di un ministro bianco che chiama "bingo bongo" i neri.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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