Bologna - "Lasciamo perdere l'estremismo e la sovversione, se no ci sarebbe da dire quanto sovversivo è vivere in un Paese dove le regole contano solo per i lavoratori, come dimostra la faccenda Parmalat. Io faccio il sindacalista. E basta. E il lavoro del sindacalista è difendere i soldi e i diritti di chi lavora". Italo Quartu ha quasi cinquant'anni, è romano, lavora qui da 22 anni, autista sulla linea Castelfranco-Bologna. Nella sede degli Rdb (rappresentanti di base, i quadri del sindacalismo più radicale, per intenderci) l'aria è di vecchia sinistra, c'è puzza di fumo rappreso, sedimento di interminabili riunioni, i manifesti rossi alle pareti di uno stanzone freddo, illividito dal neon.
Lui poi ha la barba, e usa parole come padrone, come lotta di classe, non ci fosse un computer, nell'altra stanza, il salto temporale parrebbe di trent'anni secchi, i trent'anni trascorsi dalla "lotta dura senza paura".
Solo che è adesso, decisamente adesso, Natale 2003, che questo clamoroso inciampo sociale, l'insurrezione degli "autoferro", arriva a stendere le nostre città opulente. E l'anacronismo (se di questo si tratta) non ha certo le esili basi ideologiche dell'irriducibilità o della nostalgia. E' la riscoperta della sofferenza sociale, il vero anacronismo, il vero schiaffo che ha colpito al volto il paese. E la reazione dei bolognesi, qui fuori, al disagio di un lunedì di shopping parzialmente impedito dallo sciopero spontaneo del mattino, è indispettita ma anche cauta, anche pensierosa, in qualche caso perfino solidale.

"I conti sono presto fatti. Con gli accordi firmati quattro anni fa, nel biennio 2002-2003 gli autoferro avrebbero dovuto avere un aumento mensile di 106 euro, per rimediare all'inflazione. Siamo arrivati a dieci giorni dalla scadenza, e l'accordo è ancora inapplicato. Cgil Cisl e Uil hanno ricontrattato quell'accordo al peggio, accettando, a saldo di due anni di aumento mai pagato, un'una tantum che non copre neanche la metà del dovuto. La domanda da farsi, allora, è una sola: perché i confederali hanno accettato di ricontrattare una cosa già ampiamente stabilita?".

Gliene faccio un'altra, di domanda: perché mai quell'accordo non è mai stato applicato, visto che è stato firmato?
"Perché avrebbero dovuto farlo le Regioni, ma lo Stato, dopo essersi inventato la riforma federale, ha tagliato i fondi agli enti locali. Che non se la sentono o non possono imporre nuove tasse. E poi, dal momento che è passato il maledetto principio che i servizi pubblici non sono più servizi, ma sono aziende che devono a tutti i costi fare utili, la logica è cambiata. L'indebitamento nei servizi, che in uno Stato sociale dovrebbe essere coperto dal prelievo fiscale, è visto come un tabù inaccettabile. L'utente lo chiamano cliente. Gli autisti vengono assunti come apprendisti, ma le pare possibile che un conducente di autobus, già regolarmente patentato, possa essere un apprendista?"

La legge che regolamenta lo sciopero nei servizi di pubblica utilità è del '90. In quattordici anni, salvo sporadiche effrazioni, ha retto. Perché proprio adesso questa ribellione generalizzata? Infrangere una legge è così facile, così legittimo?

"Senta, quella legge è una sostanziale abrogazione del diritto di sciopero per intere categorie. Con il salario divorato da un'inflazione reale doppia rispetto al 2,6 ufficiale, era inevitabile che l'esasperazione portasse a dare una spallata con la sola arma che ci resta. Se non lo sciopero, cosa?"

Ma è il classico sciopero che colpisce prima di tutto i cittadini. Non le sembra che il clima rischi di diventare il classico tutti contro tutti?
"Io di discussioni dure, qui a Bologna, ne ho avuta una sola. Ho cercato di spiegare che il lavoro ha una dignità, è un valore, non può essere solo una merce da comperare quando serve e da buttare nel cesso quando non serve più. Perché è questa la situazione, in un paese a capitalismo ingessato come il nostro, finto liberista: l'unica variabile, l'unica cosa fluida è il lavoro. Tutta colpa della concertazione".

La concertazione? Non è stata una grande conquista sindacale, il salto in avanti che permetteva al mondo del lavoro di assumere come punto di vista l'interesse generale?
"L'unico punto di vista che conta, sindacalmente parlando, è il conflitto tra chi lavora e chi paga il lavoro. E' la lotta di classe. Solo quella porta più democrazia e più diritti nei luoghi di lavoro".

Ma se ognuno pensa a difendere solo i propri interessi di categoria, non si rischia l'anarchia corporativa?
"Vent'anni fa la grande accusa al mondo del lavoro era di volere l'appiattimento salariale, l'egualitarismo che mortifica le singole categorie. Oggi le categorie vengono retribuite quando sono utili, liquidate quando smettono di esserlo. Logico che ci si difenda per categoria. Ma non credo proprio che non esista un filo rosso tra le varie lotte. Il filo rosso sono i diritti, è la dignità del lavoro".

Dicono però che l'arcipelago dei lavoratori a posto fisso, rispetto all'oceano dei precari, sia molto meglio garantito...
"Adesso le dico quanto siamo garantiti. Il salario medio è 1100 euro al mese, quattordici mensilità, l'orario di lavoro è in genere di 35-36 ore nelle aziende pubbliche e di 40 in quelle private. Per dire che bell'affare sia la privatizzazione, per chi lavora. Nessun riconoscimento di attività usurante, non riconosciute le malattie professionali, che pure ci sono. Siamo la categoria con la percentuale più alta di divorzi e separazioni, in assoluto: vorrà pur dire qualcosa. Quanto a me, sono così garantito che avrei dovuto andare in pensione nel 2004, avendo cominciato a lavorare a 14 anni. Con la riforma Dini, andrò in pensione nel 2007. Con la Maroni, meglio ancora: nel 2008".

Diciamo, allora, che un'eventuale partita tra precari e salariati è la classica guerra tra poveri...
"Diciamo che, con la riforma Biagi, il lavoro flessibile diventa un incubo, spacciato per un'opportunità..."

Il professor Biagi è stato ammazzato dalle Brigate Rosse. Questo è un problema, per lei, quando discute della sua riforma?
"Questo è il problema dei problemi. Il terrorismo è una follia, usarlo contro le lotte sindacali pure. Il modo più spiccio per criminalizzare il dissenso".

E se il dissenso dovesse criminalizzarsi?
"Non credo che avverrà".

Non crede, oppure lo spera soltanto?
"Non credo. Il terrorismo poté radicarsi, nell'Italia di allora, perché c'era una forte base ideologica che lo animava. Oggi l'ideologia non c'è più, nel bene e nel male, e quello che vedo, piuttosto, è un clima argentino, da assalto ai forni. La condizioni dei salariati stanno peggiorando con una rapidità impressionante, ci sono problemi di bilancio mensile, altro che estremismo."

Se lei fosse segretario della Cgil, a quale obiettivo punterebbe?
"(Ride)... segretario della Cgil... Non mi ci vedo.... Comunque come prima cosa cercherei di reintrodurre la scala mobile. L'erosione del salario è cominciata da lì".

Ma un referendum ha bocciato questa sua idea. Come si fa?
"La gente era male informata. L'hanno imbrogliata dicendo che la scala mobile innescava l'inflazione, ma era una balla. Era l'inflazione a innescare la protezione del salario. Come si vede adesso, senza scala mobile l'inflazione mette in ginocchio le fasce più deboli".

Quanto peso hanno, tra gli autoferro, i sindacati di base come il suo?
"Circa il dieci per cento della categoria, forse qualcosa in più. Ma in questi giorni, se siamo diventati i protagonisti della lotta, è perché moltissimi iscritti a Cgil Cisl e Uil sono venuti dalla nostra parte. E non poteva essere diversamente: le cifre parlano chiaro, le cifre mica sono concertabili".

Come andrà a finire il referendum sugli accordi appena firmati a Roma?
"Credo proprio che gli accordi non passeranno".

E dunque? E poi?
"E dunque, non so. Si vedrà. Io continuerò a fare il sindacalista. Non ho paura del conflitto, il conflitto è il sale della democrazia e dei diritti".

Fuori, Bologna stiracchia fino a sera il suo lunedì nero, in realtà un lunedì grigio, appena più trafficato del normale, magari un po' più ansioso, con i pensionati che hanno aspettato inutilmente, in mattinata, mugugnando sotto le pensiline. La tangenziale, verso Casalecchio, è ingolfata di macchine che tornano cariche dall'ipermercato di Berlusconi e dall'Ikea, un ingorgo consueto, da pancia piena, che non ha parentela alcuna con la paralisi da sciopero selvaggio.
Se il sindacalista di base Italo Quartu ha ragione, se vede giusto, prima o poi questo genere di ingorghi da benessere potrebbe diradarsi, perché il bilancio familiare di moltissimi italiani non suggerisce più di spingersi nella Babilonia scaffalata degli ipermercati. Questo lo sa bene anche il sindacato grande, quello che che concerta e che cerca di chiudere i contratti. E che deve prepararsi, qui e ora, a un clima sociale molto duro, che se non si chiama più lotta di classe, si chiama però conti che non tornano più.

Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>