Quella voce forte, profonda, densa di vibrazioni antiche, era ovviamente molto più che la voce di un cantautore. Era il sigillo autorevole di una coscienza, la possibilità irripetibile per la canzone di diventare il più alto e penetrante strumento artistico della cultura popolare.
Fabrizio De André è morto, esattamente cinque anni fa, nel pieno della sua maturità creativa, e la sua mancanza è una voragine incolmabile nel fragile mondo della canzone italiana, ma l´amico Faber vive, sopravvive alla sua scomparsa, tenuto in vita da una passione che non accenna ad affievolirsi, e che produce dediche, libri, tributi. Nessuno sembra disposto a lasciar cadere quelle canzoni, a dimenticarle, ad accettare che quella storia sia finita per sempre. Ci pensano i suoi appassionati, ci pensa Dori Ghezzi che, con amoroso rigore, cura l´eredità del suo compagno. Bisognava essere al Carlo Felice di Genova, quattro anni fa, quando la musica italiana si riunì per celebrarne la memoria, per capire quanto le canzoni di De André avessero pesato nella storia del nostro patrimonio musicale. Erano tutti lì, umili ed emozionati, a cantare quelle composizioni che erano più che semplici canzoni.
Ora quel tributo è diventato un album pubblicato tre anni dopo, Faber - Amico fragile, ed è vendutissimo, tanto quanto l´edizione completa delle sue opere, una collezione che non dovrebbe mancare nelle case di chiunque sia attratto dalla bellezza, dalla profondità, dalla struggente ricerca di riscatto della condizione umana.
Il culto che circonda la figura di Fabrizio De André è fatto di tutt´altra pasta da quella che governa il fanatismo della musica pop. È piuttosto un rimpianto profondo, un dolce e intimo legame che unisce estimatori sparsi per tutta l´Italia, e non solo, consapevoli di partecipare a un importante rito laico, di condividere il privilegio della poesia musicale nel momento in cui diventa coscienza civile, comprensione umana, preghiera, guerra alle ipocrisie, amore per i derelitti e gli emarginati, per i perdenti che il mondo lascia sul terreno nella sua inarrestabile corsa verso il trionfo del materiale.
De André era partito indagando i bassifondi, gli ombrosi vicoli genovesi, le prostitute e gli artisti libertari, arrivando a parlare di vangeli apocrifi, storie di vita comune (tra l´altro i primi album concept realizzati in Italia), scoprendo le virtù sonore del Mediterraneo, la forza del dialetto, anzi dei dialetti, crescendo di canzone in canzone, abituando il suo pubblico a dischi incisi di rado, solo quando le motivazioni erano forti, precise, insopprimibili.
Una storia difficilmente sintetizzabile in poche parole. Nessuno del resto riuscirà a dire le parole definitive su De André, e se proprio volessimo immaginare qualche frase che spieghi la sua arte, vale la pena di ricorrere ai suoi stessi versi, e magari ricordare le ultime parole che ha inciso su disco.
Fanno parte di "Smisurata preghiera", la canzone che chiude il suo ultimo album, Anime Salve, pubblicato nel 1996: "Chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità". Chi potrebbe immaginare un epitaffio più emozionante?

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