Lo staffilante "vergognati!" indirizzato da Paolo Bonolis ad Antonio Ricci, ieri sera a Domenica in, rientra in quell'uso privato delle cose pubbliche che in Italia ha esempi ben più illustri e criticabili. Ma sarebbe sbagliato ridurre l'episodio a una rissa tra miliardari (come in parte è), prima di tutto perché perfino i miliardari hanno un'anima, poi perché la ribellione di Bonolis alla gogna mediatica di Striscia la notizia è, almeno a quel livello di visibilità e udibilità, una novità quasi clamorosa.
La trasmissione di Ricci, che come il suo autore e padrone ha il merito non piccolo di avere disarticolato e sbugiardato, negli anni, molti dei meccanismi biforcuti del linguaggio televisivo, ha però il grave difetto (come il suo autore e padrone) di sentirsi investita da una vera e propria missione etica. In virtù della quale di sente in diritto di crivellare sistematicamente i suoi critici e chiunque le sia incomodo.
L'incomodissimo Bonolis ebbe il torto, settimane orsono, di sbaragliare Striscia nella guerra dell'Auditel. Che per la stragrande maggioranza degli italiani è un dettaglio di nessun conto (e lo è, per la stragrande maggioranza degli italiani), ma per chi lavora in televisione è diventata una tragica ossessione, che ottenebra lo sguardo e spappola i cervelli (forse perché incide sui conti in banca).
Da quel momento Striscia, insieme artefice e vittima della claustrofobia onnitelevisiva della televisione, ha cominciato ad attaccare frontalmente Bonolis. Ed essendo una trasmissione dalla doppia identità (si ritiene un naviglio corsaro, è in realtà una cannoniera del potere mediatico), la pesantezza delle sue bordate ha finito per esasperare il conduttore di Domenica in, accusato da Ricci di "speculare sul dolore" perché invita a Raiuno medium e altri fattucchieri, in verità pessima usanza acchiappa-ascolti già vista in decine e decine di trasmissioni poco attente, diciamo così, alla vulnerabilità di alcune fasce di pubblico.

Purtroppo, nel triste torneo dello share, nessuno è immacolato. Né le chiappe delle veline di Ricci assomigliano, come mossa per una televisione meno ruffiana, a un'intervista a Madame Curie. Ci sono solo travi, niente pagliuzze, nel campo della guerra televisiva: ma Striscia, da tempo, vede solo quelle altrui, e ha messo su, per giunta, una suscettibilità da ministro.
Il glorioso Tapiro d'oro è l'unico premio che in Italia è severamente vietato rifiutare, pena una doppia dose di gogna. E chiunque critichi Antonio Ricci e la trasmissione di Mediaset, prima o poi dovrà subire la rappresaglia. Perché Ricci è uno che se la lega al dito. Attorno a Striscia vige, da anni, una sorta di impaurita omertà.
In molti (e mi autodenuncio anch'io) pensiamo che non valga la pena di sopportare, impacchettato come Giudizio Pubblico, il pernacchio privato di Antonio Ricci, per avere detto una parola di troppo o per mezza riga di critica. Bonolis, viva la faccia, si è scocciato, e alla micidiale grevità degli attacchi di Ricci ha replicato con colpi di eguale calibro, e lanciati da una barca di uguale tonnellaggio, lui che può. Cosa che non hanno potuto fare molte delle vittime minori di Striscia, massacrate (anche da Bonolis quando conduceva Striscia) dai "fuori-onda" rubati o colte sul fatto mentre sbagliavano un congiuntivo o una citazione davanti a una fottuta telecamera. A volte star della televisione, spesso artisti mediocri e sfortunati presi per i fondelli in pubblico da artisti molto più bravi e fortunati di loro, come Greggio, Iacchetti e tutti quelli che li hanno preceduti.
Gli sparuti e audaci critici di Ricci gli imputano di essere molto mordace con le mezze tacche (come Vanna Marchi) e assai meno vivace nei confronti dei potenti. Non è sempre vero, e comunque non è questo il punto. Il punto è che lo stesso Ricci non sa, o finge di non sapere, che è anche lui, con i suoi gabibbi, le sue veline e i suoi tapiri, un uomo di molto potere, che muove i miliardi (tanti) della pubblicità Mediaset e, soprattutto, indica all'opinione pubblica ciò che è Giusto e Sbagliato, responsabilità già non piccola per un filosofo o un leader politico, enorme e anche sproporzionata per un autore di varietà tivù. Striscia si vede come Robin Hood ma è diventata una specie di Sceriffo della Contea Televisiva, sgrida, intimidisce, commina pene.
Destino della satira è, quasi sempre, nascere allegra e leggera, invecchiare sentenziosa e incattivita. Insomma, prendersi troppo sul serio, lanciando accuse da Conferenza Episcopale ("Bonolis specula sul dolore") e finendo per generare dispute gravi e sproporzionate come questa.
Antonio Ricci smetta di offendersi con chi non lo omaggia e con chi gli rema contro. Ce n'è già uno che lo fa, è il suo datore di lavoro, ci basta e ci avanza. Il mondo non finisce negli studi televisivi dove vivono rintanati i televisionari, e almeno questo Bonolis ha avuto il merito di farlo intendere, usando impudicamente ma efficacemente la propria vita privata come antidoto al teatrino della televisione. Che è perfino più teatrino del famoso teatrino della politica.

Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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