La riforma della Banca d' Italia, proposta dal ministro dell'Economia nel quadro delle misure per la tutela del risparmio, arriverà all' esame di governo e Parlamento preceduta dall' allarme suscitato dalla visita della Guardia di Finanza a Palazzo Koch. Al di là delle polemiche e delle precisazioni, l' ombra degli scandali Cirio e Parmalat si stende, a torto o a ragione, sulla banca centrale. E questo non è il viatico più tranquillizzante per un provvedimento che, se approvato, avrà l' effetto di aprire un' altra stagione di acquisizioni e fusioni tra i maggiori gruppi bancari italiani. Un secondo giro - decisivo - dopo quello degli ultimi anni Novanta: l' occasione per ridefinire la mappa di un potere, quello bancario, che grazie alle privatizzazioni si era largamente affrancato dalla politica e che ora rischia di dover tornare a tenere in gran conto l' opinione del governo. A innescare il processo non sono certo le norme per il controllo delle emissioni obbligazionarie o azionarie, ma il trasferimento delle competenze antitrust per il settore bancario dalla banca centrale all' Autorità di garanzia della concorrenza. Benché abbia dimostrato un notevole spirito di iniziativa anche verso i cosiddetti poteri forti, quest' ultima non potrà mai avere la stessa capacità di interdizione della Banca d' Italia: non solo e non tanto perché la sua origine recente le nega il privilegio dell' età, quanto e soprattutto perché non deve vigilare sui conti, e dunque non può usare quest' arma totale per orientare gli equilibri proprietari delle banche; e meno che mai lo potrebbe fare promuovendo o bocciando i loro assetti con la moral suasion - un mero aggrottar di ciglia del governatore come ironizza il banchiere Sergio Siglienti - più che con decisioni appellabili davanti al Comitato interministeriale per il credito e il risparmio. Difficilmente, il presidente dell' Antitrust, Giuseppe Tesauro, potrà dire di no al signor Groenink se questi gli chiedesse il permesso di lanciare un' offerta pubblica su Capitalia: quale danno porterebbe alla concorrenza? La riforma Tremonti, dunque, pone un problema cruciale all' establishment economico-finanziario italiano e ne apre uno ancora più grave sul piano politico. Tutti i maggiori gruppi bancari italiani, tranne Unicredito, contano grandi banche estere tra i propri soci eccellenti: il Credit Agricole è il primo azionista di Banca Intesa, e tali sono Abn Amro in Capitalia e Antonveneta e il Bilbao in Bnl; importante è la presenza del Santander nel San Paolo-Imi. Tutte queste banche estere hanno un valore di Borsa largamente superiore a quello delle loro partecipate italiane. In teoria potrebbero prendere in mano la situazione sia attraverso acquisizioni dirette che attraverso la strada più dolce delle fusioni. Del resto, secondo uno studio di Citigroup Smith Barney, nei prossimi tre anni le principali banche europee avranno capitali in eccesso per la bellezza di 84 miliardi di euro. E' vero che Emilio Botin, presidente del Grupo Santander, ha appena manifestato sul "Financial Times" del 22 gennaio il suo personale scetticismo sulla convenienza dell' accoppiamento tra grandi gruppi bancari europei, e ha suggerito invece di consolidarsi sui mercati domestici e di tentare l' avventura su quelli emergenti. Ma è anche vero che i suoi colleghi del Bilbao Vizcaya Argentaria avevano addirittura chiesto al premier Aznar di intercedere presso le autorità italiane per poter prendere in mano Bnl (ricevendo, peraltro, un pubblico e irritato rifiuto da parte del governatore). Che i principali gruppi bancari italiani possano essere scalati da istituzioni finanziarie estere è dunque un' eventualità altamente probabile, nel caso la Banca d' Italia venisse depotenziata. La politica deve saperlo, e decidere se sta bene o se sta male. Poiché nessun Paese europeo ha perso il controllo sul proprio sistema bancario, la risposta dovrebbe essere scontata. Ma senza il bastone di Fazio, l' unica strada per evitare la colonizzazione è una rapida concentrazione dei gruppi italiani tra loro. E qui è il punto. La Banca d' Italia ha sempre fatto gravare sulle spalle delle banche più ricche e fortunate il fardello di quelle da risanare. Con Fazio al timone, e con i suoi predecessori. Se ora ci si affidasse al mercato con l' Antitrust come unica barriera, la storica strategia del mutuo soccorso risulterebbe di colpo poco attraente. Le grandi banche sono società quotate. Il loro obiettivo è, come si usa dire oggi, la creazione di valore per gli azionisti. E allora, lasciate libere, comprerebbero il concorrente in ginocchio solo quando il prezzo fosse davvero basso e fosse inoltre certo il diritto di poterlo poi ristrutturare senza troppi compromessi. Diversamente, l' attrazione tra i migliori diventerà fatale. Non è un caso se, mentre Banca Intesa è intenta a risanare le ferite di alcuni anni di cattiva gestione e Capitalia fa quel che può con la pesante storia che ha, la banca italiana più attiva ed efficiente, Unicredito, abbia già preso in esame l' idea - niente più dell' idea al momento - di fondersi con la seconda del lotto, il San Paolo-Imi. Sarebbe questa l' operazione più semplice per mettere al riparo da assalti esterni il meglio del sistema. Ne verrebbe un raggruppamento con una capitalizzazione di Borsa superiore ai 43 miliardi di euro, tra le maggiori di Eurolandia, e con un peso specifico in Italia così grande da indurre i concorrenti a protestare contro il nuovo Moloch. Con le leggi e la prassi in vigore, un simile matrimonio potrebbe essere consacrato solo da un prete di nome Fazio. Con il disegno di legge del ministro dell' Economia, l' officiante non sarebbe più il governatore, specialmente se la vigilanza prudenziale venisse anch' essa resa obiettiva e non discrezionale. Ma è assai dubbio che la parola passi al mercato. Il ministro vuole avere voce in capitolo nell' alta finanza: il tentativo di assoggettare le fondazioni bancarie e le pressioni esercitate durante la scalata delle banche alle Generali sono la testimonianza di un interventismo neocolbertista. Con simili precedenti, gli stretti rapporti che le Autorità per il risparmio e per la concorrenza dovrebbero avere con il ministero di via XX Settembre fanno affiorare un sospetto: se il Parlamento non riformerà un po' la riforma, un sacerdote ci sarà ancora e avrà il nome di Giulio Tremonti.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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