Lasciandosi alle spalle l'Arco Triunfal, ti si spalanca davanti quest'immensa Praça do Comércio, che sembra affacciata sul nulla, e laggiù, simile a un oceano infinito, l'altrettanto immensa foce del Tago, la porta sull'Atlantico: qui finiva il mondo conosciuto, e al di là, l'ignoto che spinse tanti navigatori a imprese memorabili, facendo del Portogallo un paese prospero, anche se la ricchezza durò qualche secolo appena, perché come dice un vecchio proverbio, nella storia dell'umanità un secolo è soltanto un sospiro... Tutto a Lisbona trasmette saudade, e ancor più questa spianata di fronte al vuoto, e stando qui, aspirando la brezza che increspa il Tago, cioè il Tejo, si intuisce vagamente cosa sia questa inesplicabile sensazione di rimpianto, di mancanza, e al tempo stesso desiderio di raggiungere l'inaccessibile, malinconico bisogno di utopia che è poi l'orizzonte stesso, un sentimento che i trovatori medievali chiamarono saudade e da allora in nessuna lingua si è trovato un termine appropriato per tradurlo.
La ricchezza transitoria di Lisbona era dovuta anche a questa sensazione di finis terrae, di vivere all'estremità d'Europa senza altra scelta che avventurarsi in mare, per l'impossibilità di strappare territori ai famelici spagnoli resistendo al contempo agli invasori arabi. E così i lusitani si spinsero oltre ogni limite immaginabile, geografico e umano: Vasco da Gama, proprio da questa sponda del Tago, l'8 luglio del 1497 salpò facendo rotta verso Sud, circumnavigò l'Africa e il 20 maggio 1498 approdò a Calicut, l'odierna Kozhikode, nel Malabar, India Occidentale. La via marittima delle Indie era aperta, e fu l'inizio di un impero commerciale. Vasco da Gama tornò a Lisbona nel 1499, e solo un anno dopo, un altro grande navigatore lusitano, Pedro Alvares Cabral, ripercorse buona parte della rotta per il Capo di Buona Speranza, ma un'ampia deviazione a Occidente lo portò sulle coste del Brasile, estendendo i possedimenti del Portogallo a quei territori smisurati. E per uno dei tanti capricci della Storia, i sovrani del Portogallo si sarebbero rifugiati a Rio de Janeiro nel 1807, sfuggendo all'invasione degli eserciti napoleonici, così, grazie alla presenza della corte nella colonia, il Brasile subì una spinta alla modernizzazione che lo avrebbe reso una potenza economica, e ancor oggi, malgrado i tanti problemi, resta pur sempre un colosso industriale al confronto degli altri Paesi del Sud America, mentre l'India, caduta sotto il dominio britannico, assisteva impotente allo strangolamento delle sue fiorenti industrie tessili, considerate una minaccia per il predominio inglese nel settore: si sa, gli Imperi hanno una concezione a senso unico della "libera concorrenza"...
Con un salutare provvedimento municipale, Praça do Comércio non è più un vasto parcheggio, e oggi si può ammirare in tutta la sua rarefatta sontuosità, ricordando che fino alla metà del XVIII secolo era soltanto un Terreiro do Paço, cioè la terrazza del Palazzo, complesso di residenze dei sovrani. Finché, quel fatidico 1 novembre 1755, un disastroso terremoto rase al suolo questa e altre zone della città, ventimila edifici crollarono seppellendo almeno tredicimila lisbonesi. Una tragedia che mise in ginocchio la capitale, ma, come spesso accade nel culmine dei cataclismi, gli esseri umani danno il meglio di se stessi prodigandosi oltre ogni speranza, vincendo il senso di sconfitta che pure fa parte della saudade... E fu così che nacque il mito del Marchese de Pombal, il cui nome completo era Sebastião José de Carvalho e Melo, potente ministro del re che non indugiò un istante e avviò una ciclopica opera di ricostruzione, approfittando del frangente per centralizzare potere e finanze, riformare la legislazione e l'istruzione, nonché spazzare via l'opposizione di clero e nobiltà, reprimendo senza pietà chiunque si opponesse ai suoi "provvedimenti d'emergenza". A lui si deve non solo l'attuale conformazione della piazza, ma gran parte dell'architettura tardosettecentesca della città, e in particolare il suggestivo quartiere della Baixa, completamente raso al suolo dal sisma. Lisbona nutre ancora una sconfinata riconoscenza per Pombal, e "pombalino" è detto lo stile usato nella ricostruzione, ma se la durezza con cui tolse di mezzo certi "ostacoli" - i pasciuti e corrotti dignitari di corte e alti prelati - era comprensibilmente vista di buon occhio da un popolo che li considerava parassiti, i lusitani sono meno propensi a ricordare che fu proprio il Marchese de Pombal a mettere a ferro e fuoco le missioni in Amazzonia, decretando la cacciata dei gesuiti che difendevano quelli che oggi definiremmo i diritti umani degli indios, avviando la conseguente scomparsa della Compagnia di Gesù dalle Americhe e altri secoli di vessazioni sulle popolazioni indigene.
Se la saudade che pervadeva l'animo dei navigatori non è spiegabile a parole, sicuramente è fruibile in musica, grazie al fado, di cui Amália Rodrigues resta la più grande interprete, la cui popolarità ha valicato tutte le frontiere innalzando il fado a raffinata arte canora. La leggenda narra che per prima a cantarlo fu Maria Severa, prostitu ta dell'Alfama che agli inizi dell'800 diede sfogo così al suo struggente amore per il Conte di Vimioso, e nello stesso quartiere era nata anche Amália Rodrigues nel 1920: l'Alfama non è cambiato granché, da allora, e con i suoi saliscendi di vicoli stretti e tortuosi resta una delle attrazioni turistiche di Lisbona, dove ogni notte innumerevoli cantanti di fado si alternano negli angusti locali in penombra, in cui si va a cenare, certo, ma guai a chi rumoreggia durante una canzone, fosse anche solo con la forchetta nel piatto...
Per l'Alfama si gira a piedi, come per conoscere buona parte di Lisbona, che però è giustamente fiera dei suoi tram, e per ammirare il meglio dei suoi molteplici "centri storici" è sufficiente seguire il tragitto della linea 28. I tram della 28 risalgono agli Anni 30, e dimostrano come questo mezzo sia stato d'ostacolo alle mire insaziabili dei petrolieri: indistruttibili, manutenzione minima, consumo ridicolo, niente inquinamento, quando la vita media di un autobus è di sette o otto anni, massimo dieci. Lisbona si adagia e inerpica su sette colli, un po' come Roma, anche se meno estesa, e in alcuni punti le salite sono così ripide da spiegare perché i tram della linea 28 siano così piccoli e con tutte le ruote al centro del telaio, fornendo in tal modo la massima presa sui binari. Standosene tranquillamente seduti su un tram della 28, scorre davanti anche la Lisbona letteraria, passando dal quartiere del Chiado e costeggiando il Barrio Alto, dove fuori dal Café da Brasileira c'è Fernando Pessoa seduto a un tavolino: è la sua statua in bronzo, che si confonde con i clienti, mentre all'interno c'è una curiosa caricatura a grandezza naturale, quasi un fumetto materializzatosi che beve il caffè al banco.
E il 28 conclude la corsa proprio a Campo Ourique, nei pressi del cimitero dos Prazeres, dove Pessoa abitò negli ultimi anni, ma prima attraversa la piazza Luis de Camões, massimo poeta lusitano, vissuto "spericolatamente" nel XVI secolo tra avventure d'ogni sorta, dissoluto che finì più volte in carcere e guerriero che perse un occhio in battaglia, esule per mezzo mondo coloniale e naufrago sul Delta del Mekong, dove secondo la leggenda si salvò tenendo in alto il manoscritto Os Lusiadas, il poema epico che lo avrebbe reso immortale, pubblicato al suo ritorno a Lisbona grazie a una colletta di amici. Inutile concludere che morì in miseria: la poesia, dopo tante risse, duelli e fughe, gli fruttò solo la migliore tomba nella chiesa di Nostra Signora de Belém.
Pino Cacucci

Pino Cacucci

Pino Cacucci (1955) ha pubblicato Outland rock (Transeuropa, 1988, premio MystFest; Feltrinelli, 2007), Puerto Escondido (Interno Giallo, 1990, poi Mondadori e infine Feltrinelli, 2015) da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo, la biografia di Tina Modotti Tina (Interno Giallo, 1991; Feltrinelli, 2005), San Isidro Futból (Granata Press, 1991; Feltrinelli, 1996) da cui Alessandro Cappelletti ha tratto il film Viva San Isidro con Diego Abatantuono, La polvere del Messico (Mondadori, 1992; Feltrinelli, 1996, 2004), Punti di fuga (Mondadori, 1992; Feltrinelli, 2000), Forfora (Granata Press, 1993), poi ampliato in Forfora e altre sventure (Feltrinelli, 1997), In ogni caso nessun rimorso (Longanesi, 1994; Feltrinelli, 2001), La giustizia siamo noi (con Otto Gabos; Rizzoli, 2010). Con Feltrinelli ha pubblicato inoltre: Camminando. Incontri di un viandante (1996, premio Terra – Città di Palermo), Demasiado corazón (1999, premio Giorgio Scerbanenco del Noir in Festival di Courmayeur), Ribelli! (2001, premio speciale della giuria Fiesole Narrativa), Gracias México (2001), Mastruzzi indaga (2002), Oltretorrente (2003, finalista premio letterario nazionale Paolo Volponi), Nahui (2005), Un po’ per amore, un po’ per rabbia (2008, uscito nell’Universale economica in due volumi dal titolo Vagabondaggi, 2012, e La memoria non m’inganna, 2013), Le balene lo sanno. Viaggio nella California messicana (2009, premio Emilio Salgari 2010), ¡Viva la vida! (2010; "Audiolibri Emons-Feltrinelli", 2011), Nessuno può portarti un fiore (2012, premio Chiara), Mahahual (2014), Quelli del San Patricio (2015), Mujeres (2018; con Stefano Delli Veneri nella collana Feltrinelli Comics) e, nella collana digitale Zoom, Tijuanaland (2012), Colluttorius (2012) e Campeche (2013). Per Feltrinelli ha curato anche Latinoamericana di Ernesto Che Guevara e Alberto Granado (1993) e Io, Marcos. Il nuovo Zapata racconta (1995). Ha tradotto in Italia numerosi autori spagnoli e latinoamericani, tra cui Claudia Piñeiro, Enrique Vila-Matas, Ricardo Piglia, David Trueba, Gabriel Trujillo Muñoz, Manuel Rivas, Carmen Boullosa, Maruja Torres, Carlos Franz, Manuel Vicent.
 

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