La poesia, alle mie orecchie di orecchiante, produce un suono doppio. Anzi, sono proprio due suoni. Uno è intellettuale, algebrico, filosofico, enigmatico, altissimo, e mette soggezione. L' altro è puerile, giocoso, musicale, scolastico (da scuola elementare) e ispira fin troppa confidenza. Nel primo caso il poeta (metti: Montale) è un signore con il quale non mi permetterei mai di fare due chiacchiere, tanto forte è il timore di disporre rozzamente delle mie parole al cospetto di qualcuno che della parola ha praticato ogni remoto lembo, e doppiofondo. Nel secondo caso (metti: Novaro, Aleardi, Zanella, e buona parte dell' indice dei miei vecchi sussidiari) il poeta è ridotto a simpatico arnese dell' infanzia, poco più delle figurine dei calciatori e dei dischi a 45 giri. So che è un mio errore di ricezione. Che i due suoni - quello altamente concettoso, quello bassamente ritmato - sono spesso intrecciati. Che quasi nessun suono poetico è veramente aritmico, nessuno, per contro, solamente sonante. Dev' essere per questo che mi piace Pascoli - uno che va, in due versi, dalla lallazione al presagio di morte e mi piacciono tutti i poeti che riescono a conciliare, stereofonicamente, il concetto con il battito, l' intelletto con la musica, la libertà verbale con l' ordine magico della metrica, e della rima. So, sempre da orecchiante, che la questione della metrica e soprattutto della rima è ampiamente riaperta, per esempio da Patrizia Valduga. Da lettore, dico solo che quando lo sviluppo della frase approda al gioco della rima, è come se il cervello provasse un piacere fisico. Come se si chiudesse un cerchio, se l' ultimo pezzo del puzzle combaciasse, come se (finalmente) non fossi stato privato della soluzione, della risposta a una domanda inconscia. Per fortunate circostanze, molti anni fa, passai una serata con Allen Ginsberg e il suo compagno Peter Orlowsky, a Sampierdarena. Dovevano leggere in pubblico alcune loro poesie, accompagnandosi (Orlowsky) con l' armonium. C' era, all' aperto, un pubblico parecchio popolare, e mi chiedevo come la poesia americana contemporanea potesse uscire indenne da una piazza operaia di Genova. Fu spettacoloso: Ginsberg aprì con William Blake («Tiger, tiger, burning bright / In the forests of the night»), recitato come una cantilena al cielo, gridata, modulata, appoggiata a pochi accordi secchi. Pochissimi capivano la lingua, tutti capirono l' intenzione, l' atteggiamento, tutti poterono ascoltare la voce che si faceva suono. Ginsberg, aiutato da Blake, poté approdare ai suoi versi, per niente metrici, come se niente fosse. La voce aveva già dimostrato il suo ritmo interno, il suo respiro cosmico, qualunque parola non avrebbe potuto che adeguarsi a quello strumento sciamanico. Fu un concerto per voce e armonium, non una lettura di poesie. Forse i lettori intermittenti di poesia, come me, quelli leggermente spaventati dal mistero della pagina incisa dai versi, avrebbero bisogno di sciogliere qualche crampo intellettuale, qualche inibizione emotiva, aiutandosi con la voce. Se non la voce dei poeti in carne e ossa (Castelporziano appartiene al giurassico, che tempi, che tempi…), magari la propria. Provare a leggere ad alta voce, a recitare per se stessi, a modulare. Leggere le poesie come partiture dell' anima. Tanto, se si è soli, nessuno ascolta le stonature: né della voce né dell' anima, che sono le più patetiche.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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