Gabriele Albertini insiste a voler collocare in Borsa il 17,6% della partecipazione del Comune di Milano nell' Aem. Con il ricavato, 500 milioni di euro malcontati, intende finanziare anche la costruzione di case popolari: solidarietà sociale e politica della lesina, dunque; spesa pubblica alimentata con le risorse già a disposizione (i titoli Aem) e non con il debito. Albertini ne è così convinto da sfidare non solo l' opposizione ma anche ampi settori della sua stessa maggioranza, a partire dalla Lega. Se va sotto, rischia le dimissioni. Se vince ma spacca la maggioranza a pochi mesi dalle elezioni europee, infligge una ferita alla Casa delle Libertà che gliela farà scontare alla prima occasione. Ne vale la pena? Per rispondere senza pregiudizi conviene affrontare prima un' altra questione: chi guadagna dal collocamento Aem? Certamente ci dovrebbero guadagnare i cittadini poveri se avranno un alloggio a prezzo politico. Ma si potrebbe finanziare l' edilizia economico-popolare anche emettendo Buoni ordinari del Comune. Milano può avere un ottimo rating e pagherebbe sui Boc interessi analoghi a quelli che paga lo Stato sui Bot. Stiamo parlando di 10-11 milioni l' anno: meno dei dividendi che il Comune incassa sulle azioni Aem messe in vendita, se è vero che l' ultima cedola relativa a quella quota è stata di 13 milioni. Altri possibili beneficiari di questa parzialissima privatizzazione sarebbero i cittadini milanesi che hanno soldi e voglia di investire in Aem. Oggi la società ha 220mila azionisti. Tra loro i milanesi non sono più di 26mila e detengono il 5% del capitale. Poiché i residenti sono un milione e 300mila, stiamo parlando di un' esigua minoranza. E questa non potrebbe nemmeno sperare in una speciale rivalutazione del titolo. Albertini, infatti, intende conservare, con precise modifiche statutarie, la presa del Comune sull' Aem. E una società non contendibile vale molto di meno di un' altra che lo è. Tanto è vero che la Edison, socio di minoranza eccellente il cui consenso è necessario per il quorum nell' assemblea straordinaria sullo statuto, non appoggia il Comune. Palazzo Marino addirittura ci perde. In primo luogo, perché la giunta sceglie un momento sfavorevole. Nel 2001, per esempio, il titolo valeva il doppio di oggi, e il bisogno di case popolari era vivo anche allora. In secondo luogo, il Comune regala il premio di maggioranza connesso alla sua partecipazione: alla quota che sta per vendere e, forse, anche al 33,4% che rimarrebbe in casa. Ammesso che Albertini trovi i voti che gli mancano e cambi lo statuto Aem, non è detto che la blindatura regga i ricorsi alla giustizia amministrativa: sarebbe una beffa rinunciare al premio per conservare il potere e poi scoprire che si diventa scalabili. Ci guadagnano allora i clienti di Aem, un milione e 800mila persone ed aziende? E' dubbio. I prezzi di luce e gas destinati al piccolo consumo li stabilisce l' Autorità per l' energia. Quelli per i clienti maggiori sono liberi. In ogni caso, sia per vincere alla Borsa elettrica di prossima costituzione sia per resistere meglio all' inevitabile taglio delle tariffe fatalmente perseguito dall' Autorità, Aem deve diventare sempre più forte. E dunque avrà bisogno di sempre nuove risorse. Che il Comune negherebbe: non avendo i denari per sottoscrivere la propria quota, l' azionista pubblico non approverebbe mai aumenti di capitale che ne diluissero la posizione. Il 33,4% garantisce una maggioranza relativa forte, protetta dai vincoli statutari al possesso azionario dei privati. Se domani un' Opa facesse cadere questi vincoli, il 33,4% potrebbe sempre costituire una minoranza di blocco in grado di bocciare fusioni, scissioni, operazioni sul capitale. Conclusione, il sindaco vuol vendere in un momento poco adatto, rinuncia al premio, non dà vantaggi ai soci privati, blocca lo sviluppo dell' Aem e rischia pure un posto che i milanesi gli hanno dato volentieri. Da uomo colto qual è, Albertini farebbe bene a rileggere il monito del grande storico Carlo Maria Cipolla che, in Allegro ma non troppo, esorta a non mettersi nelle condizioni di far dei danni ad altri senza procurare vantaggi a sé stessi, anzi procurandosi un danno. Ne trarrebbe la forza per restare al 51% di Aem o, in alternativa, per uscirne del tutto spremendo da quella partecipazione tutto ciò che contiene.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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