Le inchieste giudiziarie coinvolgono ormai le banche. Finora i magistrati avevano indagato il cavalier Calisto Tanzi, i manager Parmalat, i revisori, qualche bancario e un paio di banchieri eccellenti. Ora si sta per passare alle persone giuridiche. Non si contestano soltanto illeciti vantaggi individuali, ma anche tornaconti indebiti del sistema finanziario internazionale. Il commissario Enrico Bondi, d' altra parte, intende chiedere la revocatoria per le operazioni degli ultimi anni così da recuperare dai 3 ai 6 miliardi di euro dai forzieri delle banche, quelle estere soprattutto. E' la svolta. Il passaggio cruciale che riporta l' inchiesta Parmalat all' interrogativo originario: potevano le banche, italiane e straniere, non sospettare nulla su quel che bolliva in pentola a Collecchio? Negli anni Novanta, alcune inchieste giudiziarie su Tangentopoli vennero censurate dai garantisti perché non poteva essere considerata una prova sostenere che il tal politico non poteva non sapere. Il 20 febbraio, davanti alle commissioni parlamentari riunite, i principali banchieri italiani hanno dichiarato che potevano non sapere. E, sia pure con accenti diversi, si sono presentati come parti lese: anche loro ingannati dal ragionier Tonna. L' ex direttore finanziario della Parmalat, tuttavia, ha sostenuto nell' interrogatorio del 13 gennaio che, se avessero incrociato l' esposizione bancaria della Parmalat quale risulta dalla Centrale rischi della Banca d' Italia con quella registrata nei bilanci ufficiali della società, i banchieri avrebbero potuto scoprire gli inganni. Dov' è dunque la verità che, in questa storia, ha tante facce quante ne aveva in Rashomon? Per iniziare la ricerca, nel nostro caso, non serve un pentito. Bastano le informazioni documentali fornite da Antonio Fazio. Al termine della sua audizione del 27 gennaio, il Governatore della Banca d' Italia ha consegnato ai parlamentari una preziosa tabella in cui rende pubbliche le rilevazioni della Centrale rischi sul gruppo Parmalat dalla fine del 1998 al novembre 2003. Per completezza dell' informazione, Fazio ha aggiunto la rilevazione delle obbligazioni Parmalat collocate dalle banche italiane e quelle collocate dalle banche estere e poi trattate anche in Italia. Nel conto non sono comprese le operazioni fatte esclusivamente estero su estero come, per esempio, alcuni private placement. La somma delle tre voci costituisce il debito finanziario consolidato del gruppo Parmalat quale era riscontrabile sul mercato italiano. Ebbene, nel periodo in esame l' esposizione finanziaria del gruppo Parmalat, che si può ricavare dal bilancio, risulta sempre clamorosamente inferiore a quella indicata da Fazio. Ecco il confronto: nel 1998, il debito censito da Banca d' Italia è pari a 6.439 milioni di euro, mentre quello dichiarato dalla società, compresi gli effetti all' incasso registrati fra i conti d' ordine, si ferma a 4.585; nel 1999, il dato censito è pari a 7.834 milioni, quello ufficiale a 5.384; nel 2000, siamo a 8.692 contro 5.958; nel 2001, 10.437 contro 5.908; nel 2002, ultimo confronto possibile perché Tanzi non riuscirà a firmare il bilancio successivo, il dato di Banca d' Italia è di 10.780 milioni, quello di Parmalat rimane a 6.358. Gli scostamenti sono impressionanti. E non è difficile immaginare che la realtà fosse ancora più drammatica: Parmalat ha infatti 139 stabilimenti nei cinque continenti, ed è dunque intuitivo che le sedi estere si finanziassero con le banche vicine, non monitorate dalla Centrale rischi italiana. Per avere il debito globale, al conto di Fazio si dovrebbero aggiungere questi debiti estero su estero, oltre ai private placement che il Governatore stima in 1,4 miliardi. Ma rettificare al rialzo il già alto conteggio non serve: basta quel che si vede. Le informazioni della Centrale rischi non sono a disposizione dei giornali o degli analisti indipendenti. Lo sono invece delle banche e della Consob. Il censimento delle obbligazioni in circolazione è aggiornato da agenzie specializzate come Bondware a disposizione di chi ne può pagare i servizi. Da queste rilevazioni sul campo emerge che l' ammontare delle obbligazioni registrato a bilancio è molto più basso di quello reale. Solo il 10 aprile 2003 la Parmalat dirà, mentendo peraltro, di essersi ricomprata 2,1 miliardi di bond: fino ad allora nessuno l' aveva nemmeno costretta a inventarsi una sia pur falsa giustificazione. In seguito, Tanzi dirà che una parte dei bond era nascosta nel debito bancario. E questo spiegherebbe perché questa voce risulti più alta di quella riportata nella Centrale rischi che tiene d' occhio solo l' esposizione italiana, e dunque risulti a prima vista attendibile. Ma il confronto degli indebitamenti totali (quello indicato dalla società e quello segnalato dai rilevatori di mercato) avrebbe comunque potuto far squillare il campanello d' allarme. Almeno dal 1998. Forse anche da prima. Perché non è accaduto? Una prima risposta la stanno fornendo, novelli Kurosawa, i magistrati. Ma se si vogliono evitare altre Parmalat in futuro, sarà interessante capire quali rimedi intendano adottare, nell' erogazione dei prestiti e nell' emissione dei bond, sia le banche che la Banca d' Italia, alla quale spetta la vigilanza sull' organizzazione delle aziende di credito.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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