Curioso, il destino della femminista. Sempre fuori luogo, sempre colpita dallo stigma del ridicolo. Nel luglio scorso il Guardian pubblicava i risultati di un’inchiesta tra le giovanissime in Gran Bretagna, effettuata per conto della commissione per le pari opportunità, in occasione dei 75 anni della concessione del voto alle donne."Le femministe sono delle rompipalle fuorimoda" era uno dei commenti, "femminista ormai è datato come suffragetta", un altro. Interessante l’intervento di una lettrice del quotidiano inglese: "Penso che il femminismo sarebbe attraente per le ragazzine solo se fosse proposto da un pancino nudo con l’ombelico in vista. Perché no? In fondo la moda ora non si ispira agli anni settanta?". Cioè all’epoca nostra, delle femministe, sottintende la lettrice, citata a memoria. Che di trasparenze, nudità, trasgressioni, sapevamo qualcosa. E con saggezza spende una parola contro il più persistente degli stereotipi, la femminista baffuta. Cioè la donna senza grazia, senza seduzione, la donna senza donna, la donna-uomo. E’ una condanna antica. Perseguitò le suffragette dell’ Ottocento. Si è rovesciata sulle femministe degli anni settanta. Contro l’evidenza del corpo femminile, liberato e seduttivo, al centro della scena sociale. Mi colpisce il carattere atemporale di questa maschera, scagliata come un’anatema contro l’autonomia femminile. "Non sarai mica una femminista!", è l’ostacolo gettato ancora oggi contro le donne che discutono l’assetto del mondo. Nelle relazioni amorose con gli uomini, nel lavoro, nella vita quotidiana. E’ un ingorgo della comunicazione, un sovraccarico di senso. Una dice che non capisce perché, a parità di lavoro, il suo stipendio è inferiore a quello dei colleghi. O si chiede se è solo un destino personale se gli uomini che incontra "non vogliono responsabilità". O semplicemente non accetta di ascoltare in silenzio. Come ancora succede, nelle coppie giovani. Eccola, la femminista. Il bau-bau. Non sei più la fanciulla in fiore a cui nessuno resiste. Sei la vecchia befana, sei rancida, putrefatta, nessuno ti desidererà. Mai più. Potenza delle icone. Sovradeterminazione dell’immaginario sociale. Immateriale come il "comunista" evocato da Berlusconi, il fantasma della femminista non è mai benevolo. Dura, rigida, censoria. E’ la nemica. Degli uomini. Delle donne che li amano. Secca, sterile, senza vita. Con appena qualche cautela di linguaggio, nel suo ultimo libro, La strada degli errori, Elisabeth Badinter si oppone alle "femministe rigoriste".
Eppure "la femminista" è onnipotente. Nata dalla paura e dall’odio degli uomini, si alimenta anche del rancore delle donne. Delle femministe. Verso le altre. E’ la compagna segreta, l’ombra in cui è facile tornare. E’ il sogno di controllo universale, di repressione dei desideri. E’ il sogno di tenere tutto fermo. Immobile. Altro che ombelico e pancini al vento, altro che ragazzine alla scoperta del proprio potere sessuale. Nel tempo l’ho vista procedere accanto al movimento. Più o meno in luce. A volte fin troppo protettiva, un’armatura da indossare per giudicare tutte. Quasi sempre l’ombra a cui fare lo sberleffo, da irridere con la grazia di colori, gioielli, parole affilate. La tentazione è tenerla in vita, se c’è lei, esistiamo anche noi. Prendere la parola nello spazio pubblico condiviso da donne e uomini è sempre fare i conti con "la femminista". Tra donne e uomini. Tra generazioni diverse. Tra donne e donne. La considero l’ostacolo maggiore a comunicare il femminismo.

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