In tempi di fuoco e cenere come questi, è un delitto trascurare ogni piccola grazia, lasciare inapprezzata ogni stilla di piacere. Festeggiamo dunque, con la meraviglia degna della sua destrezza, Roberto Baggio che ha segnato alla Baggio il suo duecentesimo gol in serie A (meglio di lui solo Nordhal, Meazza, Piola e Altafini).
Con un doppio dribbling stretto ha fatto basculare la difesa del Parma, ha visto la luce della porta e con un rasoterra secco, né forte né piano, ha trafitto il portiere Sebastian Frey nell'angolino più lontano.
Sono stati i compagni di una squadra di provincia, il Brescia dove Robi ha trovato il suo ultimo spogliatoio, a fargli onore avvolgendolo in un abbraccio travolgente, l'abbraccio del bicentenario baggiano.
Ma ogni squadra è il Real Madrid, se può permettersi l'estro e la geniale debolezza di far giocare uno così, con i capelli grigi e la figura un po' intozzata dell'ex giovane, le cicatrici che gli rattoppano le ginocchia, la corsa un po' offuscata: ma quando tocca il pallone lo rende intatto, lo fa sembrare il dodicesimo giocatore in campo, tanto giusti e intelligenti sono i movimenti del cuoio sull'erba.
Anche chi non capisce il calcio, capisca per favore la bellezza del racconto di Baggio, campione crivellato dalle fratture alle gambe, raramente in armonia con allenatori adombrati dal suo talento e dal suo carattere egocentrico, lussuoso vagabondo di infinite squadre (Fiorentina, Juve, Milan, Inter, Bologna, Brescia, e spero di avere ricordato tutte le sue maglie), cento volte finito e cento volte ricominciato, tradito dalla maglia azzurra ma mai dai tifosi, unico che riesca a dare un senso di verità e di giustizia perfino agli sgangherati sondaggi che lo mettono in cima alla scala dell'ammirazione popolare anche quando è sotto i ferri del chirurgo, o riposa in panchina.
Adesso tornerà, in vista degli Europei, l'illogico e perfino crudele brusio che lo vuole di nuovo in Nazionale, a trentasette anni e avendo da fare a gomitate con ragazzi fenomenali come Totti e Cassano. Non accadrà, e probabilmente neppure chi lo desidera lo vuole davvero, tanto fuori tempo e fuori luogo sarebbe la sua convocazione. Eppure è inevitabile dirlo, "Baggio in Nazionale", è un omaggio all'estetica e alla bellezza dello sport, è anche un rimorso da spendere nel nome dei tanti genii anomali (vedi Zola) che non hanno avuto abbastanza spazio in mezzo ai muscoli gonfi del calcio atletico.
La lezione (non solo sportiva) di Baggio è avere attraversato molte tempeste e molte mode senza mai mutare atteggiamento e spirito. Non si sa se silenzioso o protervo, se sfuggente o snob, se spirituale o altezzoso, comunque al di sopra della mischia, come se sapesse che i conti, comunque, li avrebbe fatti con se stesso e non con l'ambiente, né con le persone. Quella trita frasetta da intervista, "voglio essere soltanto me stesso", ormai recitata anche da veline e cantanti di Sanremo, nel suo caso diventa un manifesto credibile e ammirevole. Nel labirinto degli schemi sempre più cervellotici, nella ressa dell'atletismo sempre più esasperato, ha continuato a credere che il talento bastasse comunque. E ha continuato a sbucare, palla al piede, da certi muri di gambe, da certi pressing che paiono pacchetti di mischia, da certe prognosi azzoppanti, come se già sapesse che per farcela gli sarebbe bastato fare quello che sa fare, stoppare la palla, alzare la testa, capire in una frazione di secondo dove si apre il varco giusto, e decidere se mandarci la palla o andarci lui stesso.
Sarà anche buddista, ma è soprattutto mostruosamente bravo: e forse il buddismo, nella lettura baggiana, è sposare la propria bravura come un destino, crederci, non dare retta alle ombre, cercare la luce della porta e infilarla nel proprio diadema di giorni felici.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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