Il primo giro di pista fra i candidati d' opposizione per trovare l' antiBush ha prodotto quello che il partito democratico non osava sperare dieci giorni or sono: un front runner, un inatteso cavallo di testa che arriva dal passato, dalle glorie lontane d' un partito che si volta all' indietro per ritrovate il coraggio di guardare avanti: il kennedyano "doc" John Forbes Kerry, con le stesse iniziali, gli stessi amici, ma sfortunatamente non lo stesso carisma di Jfk. Sessantunenne, allampanato, reduce di guerra, ben maritato, solenne e un po' lugubre, Kerry non è un nome nuovo. è un valente routinier della politica parlamentare, un prodotto di quell' establishment democratico del nordest che dal 1960, appunto dal Jfk vero, non riesce più a esprimere un candidato competitivo. Se lui sarà il prescelto, e se il male alla prostata del quale è stato operato in autunno è stato sradicato, il duello di novembre sarà tra un texano e un bostoniano, tra la Vecchia America calante della costa atlantica e la Nuova America dominante del Sud e della costa pacifica. L' ultimo hurrà della Kennedy Machine. L' elettorato democratico, il popolo dell' opposizione che ha partecipato alle prime due consultazioni in quantità e con entusiasmo che dicono molto sulla determinazione di sfuggire al ricatto della guerra e del terrore per tornare a vivere la politica, ha scelto finora quello che in Italia si chiamerebbe "progresso senza avventure". Ha detto di preferire agli insurgentes del pacifismo giovanile come Howard Dean, agli opportunisti dell' ultima ora come il generale Clark, ai residuati di battaglie già perdute come l' ex numero due di Al Gore, il senatore Lieberman, ai volti nuovi e non collaudati come Edwards, la promessa d' "eleggibilità" che il bostoniano porta. "Electability" è la parola chiave in questa stagione politica americana, nella quale la base democratica non vuole sfogare la propria indignazione per "l' usurpatore texano", ma punirlo battendolo. E approfittare della vulnerabilità del presidente in materia di conti pubblici e di questa guerra per "esportare la democrazia" che finora ha importato più vittime (518 soldati caduti, 2.850 feriti americani e almeno 8mila morti iracheni) di quanta democrazia abbia esportato. Per questo, in attesa che le sette primarie accorpate martedì prossimo tra il Sud e il West, dalla South Carolina all' Arizona nel primo vero test nazionale, certifichino la fuga di Kerry e lo rendano, se ne vincerà abbastanza, imprendibile, le folle di elettori che hanno sfidato il gelo hanno scelto, secondo le previsioni fatte la scorsa settimana, "non un amante, ma un marito", un partner serio come Kerry. Una scelta ragionevole e responsabile, ma che non turba Karl Rove, il regista elettorale di Bush, un po' rannuvolato la scorsa settimana, quando era apparsa nel cielo delle primarie la "Stella del Sud", lo sconosciuto John Edwards, perché in politica fa sempre più paura il diavolo sconosciuto, piuttosto che il nemico conosciuto come Kerry. edwards, solo quarto in New Hampshire dietro anche al generale in pensione (che ha dovuto leggere il proprio discorsetto postelettorale, unico a non avere il coraggio d' improvvisare o di andare a memoria), ora deve vincere qualcosa, e certamente la sua Carolina, perché il tempo dei buoni piazzamenti è finito. Dunque, ecco profilarsi il duello di John contro George, il figlio adottivo della Boston Mafia (in senso politico, sia chiaro) contro il figlio del "clan Bush", con la raccomandazione e i finanziamenti che da ieri il suo sponsor e protettore, il collega senatore Ted Kennedy, sta cercando d' ottenere per lui. Nessuno che abbia vinto sia lo Iowa che il New Hampshire nell' età della politica contemporanea (dal 1952) ha mai mancato la nomination, spiegheranno "K e K", Ted e John ai renitenti finanziatori, dunque lui, nonostante il cammino ancora lungo verso il congresso democratico di luglio che si terrà, appunto, a Boston, è il cavallo sul quale scommettere. L' obbiezione di chi dovrà fornire "il latte materno della politica", cioè i soldi secondo la classica definizione d' un politico texano negli anni '50, è prevedibile. Il vostro Jfk senza carisma, diranno, è un bersaglio fin troppo facile per la spietata macchina da guerra che Rove e i repubblicani stanno silenziosamente assemblando lontani dai riflettori dei media distratti dalle primarie democratiche, con fondi illimitati e con tutte le formidabili armi della presidenza. Il vantaggio nei sondaggi che il settimanale Newsweek assegna a Kerry su Bush, 49 contro 46, è scritto sulla sabbia, perché la Bush machine con i suoi leggendari sporchi trucchi, come le centomila telefonate nel 2000 per avvertire gli elettori che l' avversario McCain aveva avuto figli illegittimi (falso) non è ancora entrata in azione e è capace di produrre un volume di fuoco devastante, come scoprirà presto Kerry, se sarà lui il bersaglio dello "shock and awe" dell' artiglieria elettorale repubblicana. In ogni caso, il 10% degli elettori americani decidono per chi votare dieci giorni prima delle elezioni, non dieci mesi prima. kerry è sicuramente un avversario vulnerabile per Bush. Nei suoi 19 anni in Senato, dove entrò nell' 85, ha lasciato una coda lunghissima di leggi votate che gli saranno rinfacciate, articolo per articolo, parola per parola, soprattutto in materia di tasse. è proabortista e non contrario alle unioni legali tra gay, anatema dei moderati. Marciò con i cortei dei pacifisti attorno alla Casa Bianca di Nixon, dopo avere comandato una motovedetta stile "Apocalypse Now" nella acque del Mekong. Protesta contro le lobbies dei ricchi, ma ha spostato la vedova Heinz, erede della fortuna del ketchup, signora ricchissima e piuttosto avara, che gli ha concesso un prestito di 6 milioni sulla loro casa, ma non una donazione. E viene da quel Massachussets liberal e democratico che produsse il tragicomico Michael Dukakis, distrutto proprio da un altro Bush, George il padre, nelle elezioni dell' 88. Kerry era il vice governatore di Dukakis a Boston. Piacerà ai moderati il fatto che abbia votato per la guerra all' Iraq, ma la propaganda repubblicana avrà soldi e tempo per bombardarlo con l' accusa d' essere un "tax and spend", un liberal kennedyano che tassa e spende, nel nome della "lotta di classe". Tutto può ancora accadere. Se nella raffica delle sette primarie di martedì, dove contano i soldi per comperare gli spot all' ingrosso e non funzionano più, per le immense distanze, le carezze ai neonati della politica al dettaglio, Kerry dovesse inciampare, la "Stella del Sud" Edwards risorgere o "il ribelle" dottor Dean trovare una resurrezione imprevista, il partito Democratico potrebbe ancora precipitare in quella lotta degli «scorpioni in una bottiglia», come dice James Carville, che fu il cervello di Clinton e andare al congresso di Boston senza un vincitore. Una prospettiva che non rassicura i partigiani di Bush, come il vecchio nixoniano William Safire che sente alzarsi dal congresso un grido: «Hil-la-ry», «Hil-la-ry» e il partito democratico scegliere per acclamazione, anziché un marito serio come Kerry, una moglie brillante come Hillary. Ma l' opposizione che quindici giorni in fa era in rotta davanti a Bush, ora ha, se non ancora una speranza di schiodare Bush, almeno quel nome che suona come una nostalgia, Jfk.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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