La "missione impossibile" di una sinistra americana senza idee, senza leader e senza soldi che dovrebbe rovesciare una destra che ha idee, potere, soldi e leader, comincia domani, nello Iowa, con più rabbia che entusiasmo. è più facile trovare oggi un repubblicano che preveda, per scaramanzia e per prudenza, rischi di sconfitta per Bush, piuttosto che un democratico ottimista sulle chance di espellere la dinastia dei George dalla Casa Bianca. I sondaggi confermano che il consulto elettorale nello Iowa di domani è destinato a confortare il pessimismo dell' opposizione: dai "caucus", dai consigli dei cittadini riuniti a porte chiuse per discutere tra di loro gli otto aspiranti democratici superstiti e dare un primo voto, non uscirà un chiaro vincitore e dunque un chiaro leader. è comprensibile che sia così, perché non è un partito, quello che si presenta agli elettori nell' anno della guerra, è un' insieme di correnti e di rancori reciproci unificati soltanto dall' esecrazione per la persona di Bush, ma disunito anche quella guerra in Iraq che ieri ha raggiunto il terribile traguardo dei 500 caduti americani, dieci al mese dall' inizio dell' occupazione. Ci sono falchi di sinistra, come Dick Gephardt, e colombe di sinistra come Howard Dean, falchi divenute colombe come il generale Clark ed eroi di guerra un po' falchi e un po' colombe come il senatore Kerry. c' è tutto e il contrario di tutto in un ventaglio di personaggi e di posizioni che sono l' espressione di un partito che spera di trovare cammin facendo una ragione e un uomo (mai una donna, neppure questa volta) per essere votato, che non sia soltanto un no a Bush. Il voto nello Iowa pesa enormemente sulla politica americana soltanto per il fatto di essere la prima stazione nel calvario delle Primarie. Il risultato dei "caucus", dei consigli civici che stanno fra elezioni e conciliaboli, raramente produce il nome di chi uscirà vincitore alla fine della corsa. Nè Clinton nè Carter, gli ultimi due presidenti Democratici, ebbero la fiducia dei buoni farmer, gli agricoltori della prateria, come è ovvio che sia, non essendo lo Iowa un campione demografico attendibile e fedele degli Stati Uniti. Ma se il meccanismo delle primarie americane, è sempre una corsa a eliminazione che quindi esalta inizialmente i difetti più che i pregi dei concorrenti, il compito degli aspiranti democratici al duello finale con Bush è quest' anno obbiettivamente terribile. Il vantaggio fisiologico della "incumbency", di essere il detentore del titolo, è reso patologico dallo stato di guerra nel quale prima l' aggressione dell' 11 settembre e poi la scelta di invadere l' Afghanistan e Iraq, hanno portato la nazione. Attaccare un "presidente di guerra" è sempre un' impresa rischiosissima, in una nazione intensamente patriottica e timorosa di tradire i propri soldati, dopo la tragedia vietnamita. I candidati che vogliono apparire ragionevoli e moderati, per dare la caccia a quel 5% di elettorato centrista fluido che fa la differenza tra i due blocchi stabili di voto repubblicano e democratico, entrambi attorno al 42%, rischiano di apparire disfattisti, anti patriottici e ora addirittura "saddamiti", se suonano troppo critici. Soltanto i personaggi marginali e folcloristici, come il reverendo di New York. Al Sharpton, possono permettersi di chiedere «che modo sia di appoggiare le nostre truppe mandarle a morire a centinaia in Iraq e Afghanistan». Sotto lo scudo della guerra e della sicurezza nazionale, Bush può sfruttare la propria posizione e muoversi in ogni direzione politica, tagliando l' erba sotto i piedi di ogni opposizione. Può alzare gli occhi verso il cosmo, può dare una carezza alla destra cristiana stanziando un miliardo e mezzo di dollari per «rafforzare la famiglia tradizionale», può destinare 400 miliardi di dollari a un programma di rimborsi per le medicine agli anziani, può scavare un disavanzo colossale nel bilancio federale, sempre nel segno dell' emergenza. E può accelerare quel processo di apparente trasferimento del potere politico agli iracheni, in luglio, una data calcolata in funzione delle elezioni di novembre, possibilmente con qualche coinvolgimento dell' Onu per togliere ai democratici anche l' ultima delle loro contestazioni. E se i pretesti offerti per la guerra si rivelano uno dopo l' altro falsi, la risposta diventa una tautologia definitiva e inoppugnabile: comunque il mondo è un posto migliore ora che Saddam è prigioniero. Sicuro di avere comunque il voto della destra, Bush può muoversi in qualunque direzione scelga, stimolando l' economia secondo il suo "keynesismo di guerra" che rovescia miliardi di commesse sulle industrie, rinviando ai successori o al secondo mandato, il pagamento della cambiali che sta firmando. Di conseguenza, può contare sull' entusiastico sostegno dei finanziatori, felici di avere insieme più danaro pubblico da sfruttare e meno tasse da pagare, che dimostrano la propria gratitudine con offerte senza precedenti nella storia americana, per un Presidente in carica. Bush ha nelle casse 120 milioni di dollari per la stagione delle elezioni primarie repubblicane nelle quali lui è il solo concorrente. Ai malcapitati oppositori, che hanno insieme meno elemosine elettorali del solo Bush (Howard Dean, il cavallo di testa, ha raggiunto i 35 milioni) non rimane che sperare, senza poterlo confessare, nel tanto peggio tanto meglio, nell' evento catastrofico che possa deragliare il convoglio presidenziale. La loro unica speranza è in fondo Bush stesso, la possibilità che commetta errori madornali, che la arroganza dei suoi "busheviki", degli ideologhi abilissimi e disciplinati guidati dall' eminenza onnipotente della Casa Bianca, Karl Rove, li accechi, ma questo non è un programma politico alternativo, è una confessione di impotenza. Bush ha più soldi, più strategia, più armi e ha in più una formidabile motivazione personale: vendicare, nelle urne come ha fatto in Iraq, il papà umiliato e cancellare il ricordo imbarazzante dei 580 mila voti popolari in più presi dal suo avversario Al Gore nel 2000 con una slavina di consensi per se stesso e per il suo partito. Trasformando, nei prossimi quattro anni, tra Casa Bianca, Parlamento e nomine di giudici ideologicamente corretti a destra, l' equilibrato "bipartitismo" americano, in un perfetto "monocolore" di guerra.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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