Quella frontiera della libertà che Bush vuole esportare nel mondo, non deve estendersi alla libertà di sposarsi per i gay. Ha tracciato la sua linea elettorale sulla sabbia e ha detto «no» al matrimonio fra cittadini dello stesso sesso. Il «conservatore compassionevole» ha ancora una volta scelto la conservazione e non ha avuto compassione dei mille e quattrocento cittadini che da dieci giorni fanno la fila davanti al municipio di San Francisco per ottenere una licenza matrimoniale e su chi fa il tifo per loro dal resto del Paese nel silenzio di una speranza impronunciabile. Ha annunciato che proporrà di cambiare la Costituzione americana per stabilire una volte per tutte che il matrimonio è riservato a persone di sesso opposto. «La voce del popolo deve prevalere sulle decisioni di giudici attivisti», ha detto Bush con uno slogan classico, riferendosi alla sentenza della Corte Suprema del Massachusetts che aveva riconosciuto il diritto a chiunque, gay o non gay, di sposarsi civilmente e pensando ai sondaggi che indicano l' opposizione di una maggioranza di interrogati. Dobbiamo «impedire che il significato del matrimonio venga cambiato per sempre». «Oggi Bush ha dichiarato guerra ai diritti civili dei cittadini americani omosessuali e, cosa anche più grave, ha dichiarato guerra al più sacro documento della nazione», ha commentato con enorme amarezza un leader della comunità gay, il commentatore e attivista Andrew Sullivan, che pure si era schierato incondizionatamente con Bush per l' intervento in Iraq e l' esportazione armata della democrazia. Per mesi Bush aveva tentennato, alludendo ma senza sporgersi troppo, lasciando intravvedere senza decidersi, nella speranza che la propria popolarità e il consenso patriottico attorno alla sua guerra avrebbero garantito la vittoria alle presidenziali, senza dover tagliare questo nodo costituzionalmente intricato e moralmente esplosivo. Ma il collasso nei favori popolari e l' inaspettata forza iniziale degli oppositori democratici in novembre, Kerry o Edwards, hanno riportato il timor di Dio tra i suoi strateghi elettorali. Occorreva urgentemente assicurare almeno la fedeltà della «destra cristiana» fondamentalista e intollerante. «Se non prendessimo provvedimenti, ci dovremmo aspettare nuove sentenze e nuove decisioni arbitrarie di amministratori locali». E' stata dunque la sfida alla legge del sindaco di San Francisco Gavin Newsom, che ha improvvisamente e arbitrariamente deciso di concedere licenze matrimoniali a gay e lesbiche scandalizzando addirittura «the Gropinator», il palpeggiatore e governatore Schwarzenegger, a spingere Bush alla proposta di questo «Federal Marriage Amendment» che deve «definire una volta per tutte la natura del matrimonio» e impedire che «decisioni e legislazioni locali creino confusione negli Stati Uniti». La apparente contraddizione fra il dogma storico della destra repubblicana e federalista che vuole la massima autonomia delle amministrazioni locali contro il «centralismo statalista» delle sinistre non turba Bush. I sondaggi dicono che la maggioranza dei cittadini non approvano il «matrimonio gay». E lui, che aveva promesso solennemente di «non guardare ai sondaggi per governare» nella campagna del 2000, guarda ai sondaggi e si schiera: tra il 60 e il 70 per cento dei cittadini si oppongono. Ma volere non significa avere, neppure in una repubblica Presidenziale e soprattutto se si vuole modificare un documento come la Costituzione americana dove la parola «matrimonio» non compare mai e invece «ogni discriminazione su base di razza, credo, origine etnica e sesso» è espressamente vietata. Aggiungere un 28esimo articolo ai 27 che emendano la Costituzione è un processo complicato e concepito proprio per evitare che la tirannide della maggioranza o gli umori di un Presidente possano modificare il documento fondamentale della storia e della democrazia americana, sul quale giurano i soldati come i governanti. Per divenire legge, un emendamento deve essere approvato separatamente da Camera e Senato, con una maggioranza dei due terzi. L' articolo approvato deve poi passare all' esame dei 50 Stati che lo devono accettare anche loro con voto dei due terzi delle proprie assemblee legislative e in un numero di stati, di nuovo, che non sia inferiore ai due terzi. Occorre dunque un consenso nazionale schiacciante - la formula dei due terzi ovunque - perché la Costituzione sia emendata e questa certezza collettiva e preponderante per negare il diritto di matrimonio (civile) agli omosessuali, non esiste. Al contrario, l' opposizione a questa «empietà» come la chiama Ralph Reed, il leader dei 30 milioni di elettori della Coalizione Cristiana, è in continua erosione. 38 stati su 50 consentono già l' "unione civile" ed escludere la formula del «matrimonio legale» per coppie ormai legate da un contratto formale davanti alla legge sembra, almeno ai «giudici militanti» una distinzione moralistica, ideologica e punitiva, che appartiene alla sfera delle fedi, non della Costituzione civile. Ecco appunto la necessità elettorale di introdurre una modifica alla Costituzione per stroncare la marcia degli omosessuali verso una unione sancita dai singoli stati, come per secoli fu bloccata l' empietà della «miscegenation», del matrimonio fra bianchi e neri. E' altamente improbabile che il 28esimo emendamento anti-gay possa essere approvato nei pochi mesi prima delle elezioni. Ma non è salvare la santità del sacramento matrimoniale, che comunque rimarrebbe, nella propria forma sacramentale, affidato alle religioni e alle fedi, è salvare il proprio trono, distraendo l' opinione pubblica dai problemi dell' economia e della guerra, con un dibattito nazionale che lui si augura, ipocritamente, che sia «civile e composto». E soprattutto metta nei guai gli avversari democratici che leggono anche loro gli stessi sondaggi e brancolano nell' incertezza e nell' ambiguità.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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