Confuso ancora nel dolore umano e nello stupore politico, l´effetto più importante dello shock spagnolo visto dal quartier generale della guerra a Washington può essere l´opposto esatto di "un voto per Osama": non è affatto la deriva finale tra Europa e Stati Uniti sognata dagli strateghi delle bombe, ma al contrario il loro riavvicinamento per combattere insieme, questa volta nella legalità internazionale e nella legittimità elettorale, una guerra contro un nemico ormai indiscutibilmente comune. Basta osservare la prudenza e la delicatezza con le quali l´Amministrazione Usa ha reagito finora alle notizie del massacro di Madrid e poi alla disfatta dell´"amico Aznar", per concludere che Washington potrebbe aver capito meglio di molti europei troppo abbagliati da faziosità domestiche, che un governo di sinistra a Madrid è più un´occasione che un rischio per l´obbiettivo finale, la sconfitta del terrorismo.
Vale più che mai la massima secondo la quale "le grandi nazioni non hanno amici, ma soltanto interessi".
Né Bush, né i suoi ministri e consiglieri, che mai avevano davvero creduto alla "pista Eta" neppure quando Madrid chiese affannosamente e ottenne una frettolosa risoluzione Onu contro i Baschi, si sono scagliati contro il nuovo premier Zapatero, contro la sua promessa di ritirare il minuscolo contingente spagnolo. Tantomeno sono caduti nella volgarità di insolentire un successo elettorale impeccabilmente e massicciamente democratico, tesi che sarebbe stata insostenibile proprio mentre si dice di combattere per esportare la democrazia. Come già il presidente Eisenhower ricordò negli Anni 50 a un consigliere nervoso per elezioni in Italia e in Francia sotto l´ombra di grandi partiti comunisti, "quando si vuole la democrazia, poi bisogna saper vivere con i risultati".
Storicamente gli Stati Uniti hanno sempre dimostrato di saper vivere benissimo con governi di destra o di sinistra senza schizzinosità ideologiche, purché le loro azioni coincidano con i propri interessi strategici. Soltanto gli uffici stampa dei governi credono che un barbecue in campagna o una pacca sulla spalla per i fotografi suggelli amicizie personali eterne, preferendo ignorare la perfetta e cinica fretta con la quale i presidenti americani scaricano gli sconfitti e abbracciano i vincitori, come dimostra la sintonia che da oltre 60 anni lega presidenti repubblicani e democratici a premier inglesi conservatori e laburisti, da Roosevelt a Bush, da Churchill a Blair, come domani tra Kerry se diventasse presidente e chi dovesse rimpiazzare Blair.
Ormai da molti mesi, l´amministrazione Bush aveva dato segnali che il pendolo degli umori politici stava allontanandosi dall´estremo dell´ideologia per muoversi verso il pragmatismo, secondo il moto oscillante che sempre caratterizza i comportamenti americani. L´avvicinarsi delle elezioni presidenziali e l´imprevista insidiosità dello sfidante Kerry non fanno che accelerare il moto del pendolo. La guerra al terrore, che la propaganda americana ha voluto ostinatamente identificare con l´occupazione dell´Iraq anche a costo di menzogne e montature imperdonabili, sta diventando, anche tra il pubblico americano, una passività elettorale più che un attivo, che Kerry non esita a sfruttare, battendo su due tasti: l´isolamento internazionale dell´America e il costo umano e finanziario di un´occupazione dai tempi infiniti.
Entra in scena Zapatero. Il nuovo premier, fanno notare a Washington, ha offerto una perfetta via di fuga dall´abisso davanti al quale Europa e America si sporgono. Propone, forse senza volerlo, a Bush uno strumento per spuntare l´offensiva di Kerry perché indica la via della legittimazione internazionale a un´occupazione dell´Iraq che tutti sanno di non poter abbandonare ora, ma di non poter continuare a colpi di costituzioni imposte e di decisioni proconsolari. Un socialista contro la guerra come Zapatero che si avvicinasse a Bush (e viceversa) su binari di compromesso reciproco sarebbe infinitamente più prezioso di un conservatore servizievole, alla causa americana. Se la nuova Spagna riuscirà a fare quello che il disastroso semestre di presidenza italiano neppure tentò di fare, alzare la testa per ricompattare l´Europa con Francia e Germania, e se Washington abbandonerà la retorica degli ultrà della "guerra preventiva" e tornerà al pragmatismo dei vecchi conservatori alla Bush padre, tutte le parti potrebbero cantare vittoria. L´America potrebbe dire di avere riportato l´Europa intera, non pezzi e brandelli di "vecchi" e "nuovi", al proprio fianco, magari in un solenne summit della riconciliazione, e l´Europa potrebbe vantare di avere ottenuto, con una seria risoluzione Onu e la bandiera blu sulle truppe, il ritorno del "cavaliere solitario" dentro il recinto giuridico e civile dell´Occidente.
Ciascuna delle parti potrà cantare vittoria con i propri elettori e poi rivolgersi alla soluzione del problema vero, che non sono l´amor proprio di un capo del governo, né le sorti di un partito italiano o francese, ma la ormai inevitabile sistemazione dell´Iraq e la risposta a un terrorismo globale che richiede ciò che ora non esiste, autentica cooperazione globale di servizi, intelligence e polizie. "Dobbiamo restare forti e uniti", ha detto Bush, dimenticando opportunamente quanto ha fatto proprio lui per disunire il fronte dell´Occidente con la fretta di una guerra improvvisata un anno fa e "la Spagna resterà sicuramente un nostro grande alleato". Persino un neo-con di impeccabili credenziali unilateraliste come Robert Kagan, ha riconosciuto ieri sul Washington Post che "il compito del governo americano ora è di rivolgersi ai popoli dell´Europa, superando le distinzioni fra vecchia e nuova Europa", perché l´imperativo dell´ora è "salvare la nostra alleanza". Bentornato.
Proprio nell´ora in cui tende a diffondersi l´angoscia, e un commentatore intelligente e sereno come Thomas Friedman teme "un´offensiva del Tet da parte dei terroristi" prima delle elezioni d´autunno, per scuotere l´opinione pubblica americana come i Vietnamiti fecero 36 anni or sono, la apparente crisi aperta dalla vittoria della sinistra a Madrid propone un serio motivo di speranza. La strada dell´unilateralismo imperioso e della "coalition of the willing", volontari raccattati strada facendo come autostoppisti della guerra, non poteva portare alla vittoria contro un nemico come il terrorismo, né alla democratizzazione dell´Iraq e dell´universo arabo. Ma ora, se Zapatero deciderà, con, e attraverso l´Europa, di rinunciare al ritiro in cambio del ritorno dell´America ai doveri dell´alleanza, avrà con sé una nazione, non soltanto un governo. Gli strateghi del terrore credevano di avere trovato, in Spagna, la breccia dove infilare il coltello, secondo uno schema di "dividere e intimidire" già utilizzato politicamente dai Sovietici per mezzo secolo. Ma in cambio di un apparente successo tattico comperato con la vita di 201 innocenti, potrebbero avere segnato la loro sconfitta strategica, se Europa e America trovassero la forza e l´umilità del passato, per tornare a ragionare insieme da compagni di sventura, non da maestri supponenti che fanno lezione a scolaretti servili.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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