Il girone eliminatorio dell' opposizione americana, quelle primarie che sembravano chiuse, sigillate nella noia e consegnate al kennedyano John F. Kerry, rifioriscono di interesse, di rancori e di incertezza, e questa è, paradossalmente, una cattiva notizia per George Bush. Spazzato via ignominiosamente il sogno radicale di Howard Dean senza neppure una vittoria, meno imperiosa del previsto la fuga di Kerry, rispunta la stella dell' avvocato venuto dal Sud che piace ai moderati, ai senza partito e alle donne, John Edwards, aspetto ed eloquenza "blairiane", populista soft, che ora potrebbe incassare gli elettori anti establishment sciolti da Dean. Con malvagia soddisfazione, i fans di Bush, come William Safire sul New York Times, hanno osservato sollevati che la carica dell' eterno secondo in forte rimonta, questo senatore Edwards che gioca assai bene la parte dell' uomo qualunque estraneo agli apparati e alla politica dei quali fa parte, riapre le ferite di un' opposizione democratica che sembrava averle rimarginate. Ma il dogma del «divide et impera» non funziona nell' impero della politica spettacolo, dove la logica dominante è quella della visibilità. Questo tempo supplementare tra i due John serve a salvare l' opposizione dal buio della noia. Senza spendere un centesimo dei loro fondi elettorali dissanguati dalle prime competizioni, ora i due volti della stesso partito democratico avranno la certezza di una accanita copertura televisiva gratuita, servizi giornalistici, ritratti, interviste. Il palcoscenico nazionale, sul quale avevano cominciato a danzare i soliti professinisti degli sporchi trucchi repubblicani (le voci false di uno scandaletto sexy erano già costate 8 punti a Kerry nei sondaggi) torna a parlare il linguaggio della politica, non della biancheria intima. Dunque torna a concentrare l' attenzione sugli attacchi a Bush. La presunta brutta notizia per i Democratici bicefali è quindi una sicura brutta notizia per l' apparato propagandistico della Casa Bianca, che si stava ricaricando dopo le batoste nei sondaggi, seguite alla grottesca tragicommedia delle armi Irachene. Bush aveva ripreso i panni del primattore, grazie alle classiche sceneggiate elettorali del presidente in visita alle truppe e fra i tifosi sui circuiti automobilistici e i discorsi ottimistici sull' economia, che tv, radio e giornali sono costretti, di malavoglia, a riprendere. Una campagna elettorale è una rissa quotidiana per lo «spotlight», per il riflettore, per strapparsi l' uno con l' altro il titolo, i minuti, i commenti dei sapienti da talk show che di Kerry, vecchio «routinier» della politica, si erano già tutti stancati. Un Presidente in carica ha invece la visibilità garantita dalla propria posizione. Anche nel mondo dei liberi media americani, dove i palinsesti sono decisi dall' importanza delle notizie e non dagli sponsors politici, un capo dello stato che si muove e che parla, impone attenzione. Non così i suoi oppositori, che ripetono stancamente lo stesso discorso precotto, ogni giorno. La vittoria dell' uno o dell' altro interessa meno della corsa e se la corsa riparte, l' interesse riprende. Il ritorno di Edwards potrebbe diventare davvero temibile se gli elettori liberati da Dean e naturalmente anti establishment dovessero preferire lui a Kerry, uomo di vecchio potere, nella decisiva raffica di elezioni primarie del 2 marzo prossimo. Dunque le luci si riaccendono, i pullman dei cronisti al seguito si riempiono, le teste parlanti ricominciano a parlare di loro. E l' attenzione torna sugli attacchi a Bush, propaganda gratuita indispensabile quando gli stati chiamati a scegliere fra di loro, copriranno l' intero continente nordamericano, dalla California a New York. Neppure questi stakanovisti della campagna, possono accarezzare tutti i bambini e stringere tutte le mani dal Pacifico all' Atlantico. La sopravvivenza di due concorrenti può essere quindi una benedizione, non una dannazione, per un partito democratico che ha fame di visibilità dopo il lungo oscuramento sotto il ricatto della guerra e del terrore. E se John Edwards, il candidato carismatico, dovesse davvero insidiare da vicino il favorito John Kerry, la domanda che sorgerebbe da un' opposizione decisa a votare comunque in massa e a rimuovere George, sarebbe già pronta e fatta per i cartelloni elettorali, con tutto ciò di emotivo e simbolico che questa combinazione evocherebbe: votate per tutti e due insieme, votate John-John.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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