In quel "grande gioco" di specchi, di bugie e di fumo e soprattutto di morti che la guerra del terrorismo e contro il terrorismo ha prodotto, rispunta l'ombra delle ombre, Osama Bin Laden, il nemico pubblico da catturare "vivo o morto". Secondo un giornale inglese, il Sunday Express, Bush e Blair sanno dove si trovi, braccato in un territorio montagnoso tra Afghanistan e Pakistan grande pochi chilometri quadrati. Aspettano il momento e le circostanze giuste per rifare con lui il "Saddam Hussein show". E negli Stati Uniti, negli ambienti dei candidati elettorali, da settimane l' opposizione insinua che la Cia sappia dove sia nascosta la pecora nera della famiglia Bin Laden. Probabilmente si trova già nelle mani dei doppigiochisti pachistani e si pensa che la Casa Bianca lo tenga a bagnomaria per servirlo all' elettorato e garantire la vacillante rielezione di George Bush, in novembre. Nelle insinuazioni dei democratici c' è la memoria bruciante della "sorpresa d' ottobre" sugli ostaggi in Iran che nel 1976 costò la rielezione a Jimmy Carter in favore di Ronald Reagan, e dunque c' è il desiderio di mettere le mani avanti e attutire l' effetto che l' esibizione di un Osama in catene, o morto come un nuovo Che Guevara, avrebbe. Ma la riapparizione improvvisa del barbuto demonio in quel discorso pubblico nel quale entrava ormai con rare e trascurabili videocassette arriva con una tempestività obbiettivamente curiosa, perché cade in un periodo che persino gli amici di Bush giudicano come "nero". I sondaggi, pur con tutta la tara necessaria quando mancano 9 mesi al voto, danno sia Kerry che Edwards, i due finalisti per la nomination democratica, in vantaggio sul presidente, come lo era Bill Clinton davanti al padre George Primo, nel febbraio del 1992, nonostante l' irruzione in campo del grande Narciso della sinistra ecologista, Ralph Nader, quello che nel nome dei principi duri e puri contribuì a eleggere Bush togliendo voti ai democratici nel 2000. Sta scattando nell' opinione pubblica non tanto l' entusiasmo per questo o quell' avversario, ma il rigetto per Bush, la formula dell' "ABB", "Anybody But Bush", chiunque sia, purché non sia Bush. Le prime controffensive della "Bush Machine" della macchina elettorale del Presidente si sono incagliate di fronte al pessimo andamento della microeconomia quotidiana e mancano sempre due milioni e mezzo di posti di lavoro, perduti nel triennio repubblicano. L' ultimo presidente che si presentò al voto con un bilancio passivo nel conto dei posti di lavoro nazionali fu Herbert Hoover, il repubblicano spazzato via da Franklyn Roosevelt, 72 anni or sono. Poiché neppure gli economisti più fiduciosi pensano che due milioni e mezzo di posti di lavoro possano essere creati nei prossimi nove mesi, la macchina elettorale dei repubblicani ha bisogno di una frustata positiva, di un coup de theâtre favorevole e niente farebbe colpo come l' esibizione dello "sceicco del terrore" in catene. La cattura dell' uomo incubo darebbe alla Casa Bianca e ai molti governi alleati che annaspano dopo il disastro morale e politico delle "armi di distruzione di massa", il pegno di una vittoria tangibile e televisamente molto fruttuosa che finora i quasi 700 morti alleati e i 10mila civili iracheni caduti e il caos sul futuro istituzionale dell' "Iraq democratico" hanno negato. L' arresto di Saddam Hussein ebbe un effetto transitorio sugli entusiasmi americani ed è già dimenticato, ora che l l' instabilità e il terrore sono continuati, smentendo la favola propagandistica degli "ultimi saddamiti" pagati da lui. Acciuffare Osama, o almeno alzare il fuoco sotto l' acqua delle aspettative, sarebbe l' iniezione di fiducia cruciale per una Presidenza che sta perdendo il proprio valore più indispensabile, la "credibilità". A Bush non è mai stato chiesto di essere colto, raffinato, geniale o eloquente, ma da lui la gente pretende che sia "credibile", che la sua parola sia oro. L' elettorato americano, che non è cinico né scettico, non dibatte dottrine che appassionano soltanto teorici e ideologi che comunque non andranno mai a sparare un colpo, chiede ai proprio governanti azione, credibilità e risultati. In attesa che il progetto di democraitzzare l' intero mondo islamico si avveri, non subito, Osama sarebbe almeno la conferma che questa fumosa e indefinibile "guerra al terrore" possa avere risultati chiari e concreti. La cultura nazionale esige la personalizzazione dei grandi scontri ideologici, non il nazismo, dunque, ma Hitler, non il comunismo, ma Stalin, non il dispotismo islamico, ma Saddam e non il terrorismo, ma Osama. Nulla restituirebbe credibilità a questo "presidente di Guerra" come lui. La guerra probabilmente continuerebbe anche senza "lo sceiccho del terrore", ma continuerebbe anche la presidenza di George Bush e per questo, oggi, la Casa Bianca combatte.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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