Era il 5 febbraio del 2003, un anno fa, vigilia di guerra. «Cari colleghi - disse Colin Powell al Consiglio di Sicurezza - ogni affermazione che io farò oggi davanti a voi è sostenuta da fatti, da solidi fatti, corroborati da molte fonti». Poi, dopo avere proceduto alla dettagliata recitazione delle armi, venne la frase chiave, il casus belli: quell' arsenale rappresenta un pericolo «clear and present», disse, chiaro e presente per il mondo. Un anno dopo, questi sono i solidi fatti: 1) Il terrore permane sul traffico aereo civile internazionale sconvolto e in Iraq la strage si allarga a zone finora tranquille, come la città curda dove ieri 56 persone sono state dilaniate da autobombe, mentre morivano altri soldati americani in altre zone. 2) Sulle armi di distruzioni di massa «ci siamo completamente sbagliati», dice adesso il capo dei 1400 ispettori inviati dalla Cia, David Kay. 3) L' ombra di quel fiasco umiliante di intelligence, sul quale fu costruita l' impalcatura ideologica della «guerra preventiva», si sta allungando sulle probabilità di rielezione di un Bush costretto ad accettare una commissione d' inchiesta, dice «per scoprire i fatti». Adesso. Quei fatti che un anno fa erano assolutamente «solidi e corroborati». L' effetto positivo della caduta e poi della cattura di Saddam Hussein, che ha eliminato dalla regione un focolaio istituzionale di male sostituendolo con un altro, il vuoto dell' anarchia che oggi risucchia terroristi e sangue, si sta esaurendo sull' opinione interna americana. Saddam Hussein è il morto che non vuole morire, è lo zombie che si rialza per insidiare ancora quei Bush che pure hanno investito 13 anni, due guerre, centinaia di migliaia di armati e centinaia di miliardi di dollari per abbattere. Dopo avere aggredito i Paesi vicini e i propri sudditi con le armi che sicuramente aveva, Saddam sta ora ironicamente minacciando i Bush con quello che non ha. E per la prima volta dalla catastrofe dell' 11 settembre, la Casa Bianca è costretta a difendersi. Questa è una situazione nuova e difficile per un gruppo di potere che ha fatto dell' attacco la propria strategia vincente, in politica estera con l' aggressività dei neo conservatori e in politica interna con il bombardamento di spese demagogiche e di tagli alle tasse. Ma il disastro dell' intelligence, se onesto disastro fu e non montatura strumentale, insieme con il collasso dei conti pubblici, hanno costretto i "busheviki", come gli avversari chiamano i pretoriani di questo presidente, a uscire dalla loro arroganza e cominciare a mettere i carri della carovana in circolo. Qui non c' è stata un Bbc a mettere in difficoltà il governo e spingerlo a contrattaccare. Non sono stati gli oppositori, i mass media sempre raggelati dal ricatto del patriottismo e neppure i candidati democratici impegnati nella loro gara delle primarie a cambiare la partita. è stata la stessa maggioranza parlamentare, il partito repubblicano, ad avvertire il rischio che lo scandalo delle armi immaginarie, il tassametro delle vite perdute che continua a ticchettare e l' abisso di mezzo trilione di dollari aperto dalla politica economica di "cut and spend", taglia e spendi di Bush, minaccino il futuro dei loro seggi alla Camera e al Senato, in palio nelle elezioni di novembre, insieme con la poltrona della Casa Bianca. La pressione per nominare una commissione di inchiesta è divenuta fortissima tra i repubblicani, quando i sondaggi hanno cominciato a dire che il vantaggio di "W" sul possibile avversario democratico si stava assottigliando e i 435 deputati e 30 senatori in ballottaggio il 2 novembre prossimo non potranno, di questo passo, contare sulle "code del frac", come si dice nel gergo politico americano, sull' effetto trainante di una facile vittoria del leader. Ha cominciato il senatore McCain a chiedere una commissione d' inchiesta sulla bufala delle armi. Lo ha ripreso il repubblicano moderato Chuck Hagel, presidente proprio della "commissione intelligence" del Senato, assecondando la richiesta. Gli hanno fatto eco i sostenitori ideologici della guerra, William Kristol, neocon impeccabile, dichiarando alla Fox Tv che «ora il presidente deve spiegazioni al pubblico visto che le armi non c' erano» e Andrew Sullivan, commentatore del Sunday Times e titolare di un blog Internet molto seguito, insinuando che fallimento dell' intelligence «mette in discussione l' intera dottrina della guerra preventiva». La Casa Bianca in difesa vacilla, incerta tra ammettere, negare, fare marcia indietro, tornare all' offensiva. Ha tagliato alcune proposte di spesa infilate nella finanziaria, per rabbonire i conservatori indignati dal suo allegro spendere soldi che lo stato non ha più. Ha incaricato Dick Cheney, il vice, di sondare i senatori e deputati repubblicani per vedere come creare una commissione d' inchiesta che garantisca un trattamento favorevole alla Casa Bianca. Ha fatto circolare la voce che sia il direttore della Cia, Tenet, il responsabile del "bidone" che Powell dovette portare al Consiglio di Sicurezza. E poi deve sperare, pregare, sognare, che questa guerriglia quotidiana senza nome nè volto che sta divorando implacabilmente (e prevedibilmente) vite americane e irachene nella guerre continua, venga sconfitta prima che i morti raggiungano una massa critica che scuota l' elettorato Se il presidente e i suoi busheviki dessero l' impressione di fare muro, di «stonewall» come si diceva di Nixon, un altro zombie dato frettolosamente per disfatto, si rialzerebbe, il cadavere del Watergate. E Bush non avrebbe neppure una Bbc alla quale rimproverare le bugie raccontate dal suo governo davanti al mondo.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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