L'uomo che quattro anni or sono promise di «unificare» e non di «dividere» il Paese, deve contemplare lo spettacolo di un Parlamento che lo ascolta spaccato a metà tra maggioranza entusiasta e opposizione imbronciata. L'accoglienza al rapporto sullo Stato dell' Unione e della guerra stata la rappresentazione perfetta di come il suo regno abbia sortito esattamente l' effetto contrario. Ha potuto elencare molti successi, George W. Bush, la cattura di Saddam, i progressi in Afghanistan, la conversione della Libia alla moderazione, il prodotto interno americano che corre, ma quella metà del Parlamento che è rimasta ostentatamente seduta e con le braccia conserte alzandosi soltanto per applaudire le truppe, mentre l' altra metà balzava in piedi una volta ogni 80 secondi era la prova che l' unanimità dell' emergenza è finita. Lo ha voluto lui, perché l' ultimo rapporto sullo Stato dell' Unione prima delle elezioni di novembre è stato più un comizio elettorale che un discorso presidenziale. Dunque la risposta del parlamento è stata, anch' essa, partigianamente elettorale. Da ieri mattina, al primo risveglio dopo il discorso più solenne dell' anno istituzionale, George W. ha caricato sull' Air Force One la truppa di consiglieri guidati dal regista delle sue fortune politiche, Karl Rove, ha aggregato in viaggio premio i deputati dei collegi elettorali repubblicani che avrebbe visitato in Ohio, Arizona e New Mexico, e ha cominciato il proprio road show, la tournée di due giorni in tre stati, per contendere all' opposizione il controllo dei teleschermi occupati dalla zuffa tra gli aspiranti presidenti. Normale tattica che ogni Presidente adotta negli anni elettorali, ma resa urgente nel caso di Bush dalla improvvisa e inaspettata inquietudine che serpeggia nel suo clan, tra sondaggi non del tutto rassicuranti e nella prospettiva che l' opposizione democratica scelga un candidato serio, moderato ed eleggibile da mandargli contro. Questa preoccupazione di sentirsi improvvisamente e inaspettatamente vulnerabile, è l' ingrediente che ha condizionato e avvelenato il discorso e lo ha reso, anche a giudizio dei fans, tra i suoi meno efficaci oltre che fra i più lunghi. L' eloquenza recitativa di Bush, quando può leggere cioè i discorsi scritti dai suoi retori, ha un' autonomia ottimale di 30 minuti e quando «sfora» dilungandosi in tempi logorroici e clintoniani, l' effetto declina. Ma non aveva scelta, George. Doveva difendere il bilancio di quella impresa militare in Iraq che tanto sta costando in vite umane, in tesoro pubblico e in immagine dell' America, anche a costo di rischiare l' obbiezione più facile: se un capo dello stato deve consumare quasi la metà dei 57 minuti di discorso a spiegare perché l' America è in guerra, ammette implicitamente che le ragioni della guerra non sono affatto evidenti né comprese. Al contrario Bush deve ricordare agli scettici, che la coalizione di chi ci sta, la «coalition of the willing», è ampia ed elenca puntigliosamente, con un sorriso compiaciuto e polemico, uno per uno, i 37 Paesi che collaborano all' occupazione, tra i quali cita anche l' Italia e il Salvador. è costretto a ricordare che questo conflitto non è stato voluto da lui, non era una guerra unilaterale o preventiva (altra parola purgata dalla retorica presidenziale, insieme con «canaglie» e «Asse del Male») ma una reazione all' attacco dell' 11 settembre. «Il terrorismo e i suoi supporters hanno voluto fare guerra all' America e guerra è ciò che hanno ottenuto» dice in una della frasi chiave della sua arringa difensiva. Ma quando il Presidente che da questo stesso podio solenne, aveva consumato lunghi minuti e un' intera pagina di testo un anno fa per catalogare minuziosamente l' arsenale terrificante del Raìs - i 30 mila vettori, le 500 tonnellate di gas nervino, i bidoni del batterio dell' antrace, la flotta di laboratori mobili, i tubi di alluminio per centrifughe nucleare, l' uranio acquistato dal Niger - deve tornare sulle armi di distruzione di massa, ne esce una formula tormentata e bizzarra per esorcizzare lo spettro di quella montatura: «Abbiamo scoperto molte attività collegate ai programmi per le armi di distruzione di massa». Quello che premeva a Bush e che da ieri ripeterà fino alle elezioni del 2 novembre, non era spiegare l' inspiegabile sciarada delle armi, e giustificare quella intelligence difettosa o peggio manipolata sulla quali si dovrebbe fondare una guerra preventiva, ma era ripetere una verità indiscutibile, che «il mondo è comunque un luogo migliore ora che Saddam non c' è più» e altri stati come la Libia hanno capito che «l' America mantiene la propria parola». La strada è giusta, il lavoro resta «incompiuto» e non «è questo il momento, dopo avere pagato tanto prezzo, per fermarsi o tornare indietro». Al fronte, come in casa, dove i tagli alle tasse hanno prodotto, secondo lui, la ripresa appena cominciata e la nuova legge di polizia, eufemisticamante chiamata «Patriot Act» e condannata dai libertari e dai difensori della costituzione, devono essere resi permanenti. Il tutto nella più completa indifferenza del Presidente a un deficit del tesoro federale che sta gonfiando, tra spese di guerra, leggine elettorali, un castello di debiti ormai vicino al mezzo trilione di dollari retto soltanto dalla speranza di un nuovo boom che risollevi gli introiti erariali. è la riedizione di quella formula economica cara a Reagan che proprio suo padre, George Primo, aveva definito «l' economia del vudù», prima di essere costretto, ragionevolmente, ad aumentare le tasse. Non lasciare il lavoro della guerra al terrorismo «incompiuto» e «non tornare al passato» in materia di politica economica e di sicurezza sono formule trasparenti per invitare a votare per Bush e questa preoccupazione elettoralistica è stata la zavorra che ha appesantito, nel giudizio di uno dei commentatori di riferimento per i conservatori «bushisti», Andrew Sullivan, il discorso, rendendolo «il peggiore rapporto sullo Stato dell' Unione che lui abbia pronunciato», un' orazione vaga, difensiva, senza un tema centrale. Non era George lo Statista, quello che ha parlato all' opposizione gelida e alla maggioranza meccanicamente entusiasta, era George il candidato, al quale, più che lo stato dell' Unione, interessa ora lo stato della propria rielezione.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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