In quel ginepraio etico, culturale e giuridico che è l'incontro con l'Islam, dobbiamo essere grati alle madri di Samone, circondario di Ivrea, che hanno dato l'ostracismo a un'insegnante velata, la signora Fatima, marocchina: ci sono passi indietro che chiariscono il cammino più di tanti passi in avanti. Dobbiamo essere grati perché l'intolleranza, specie se espressa con tanta ingenua spontaneità ("il velo spaventa i nostri bambini") è più indicativa e pedagogica della tolleranza.
Ci dice che cosa non fare, ci insegna che cosa non dire, articola il meccanismo oscuro e afasico dell'ansia collettiva che ci opprime, lo trasforma in atti e in linguaggio. E rinsalda la convinzione che la tolleranza, per quanto vaghe e faticose siano le sue strade, è l'unico antidoto al veleno quotidiano della paura.
Adesso, sentendo parlare la mite e giustamente offesa signora Fatima. Vedendo le sue foto che la ritraggono quasi identica alle nostre pie nonne quando andavano alla Messa velate, e molto meno "paurosa", allo sguardo, di tante brave suore nere appena beneficate dalla riforma "modernista" della nostra scuola. Sentendo le irriducibili non-ragioni di quelle madri, che scaricano sui loro figli pregiudizi tutti loro. Condividendo, e non succede spesso, il punto di vista di un ministro di questo governo, il cattolico Pisanu, che parla di "ingiuste proteste" e loda "la civilissima compostezza" di Fatima.
Beh, adesso sappiamo con assoluta certezza che no, la presenza in una scuola materna di un'insegnante islamica che indossa il velo (e non insegna l'Islam, anzi è lì per frequentare un corso di aggiornamento che la renderà più italiana) non è scandalosa né inopportuna. È solamente "nuova", e come tale ci chiede la fatica, ma anche la vitalità, del confronto.
Che sia un confronto difficile e duro, nell'ostico ma vitale gomito a gomito con un'immigrazione sempre più massiccia, non può essere un alibi. Neppure dev'essere un alibi la cognizione che la classe dirigente, su questi temi, è (e sarà sempre più spesso) destinata a esprimere linee di condotta e indirizzi che il "popolo" accoglie come cervellotici e cedevoli: il terreno dell'accoglienza non è elettoralmente redditizio, specie adesso che la dicitura "terrorismo islamico" accosta con implacabile semplificazione il nucleo sopraffattore del fondamentalismo alla seconda religione del mondo, e in ogni velo, in ogni volto magrebino o pachistano l'uomo della strada vede l'ombra del nemico.
Proprio per questo anche la minuta prassi quotidiana diventa vitale non solo per la questione del rispetto dei diritti delle persone qui e ora, ma soprattutto per impostare il futuro. Diffidare di un velo, come hanno fatto per istinto e per ignoranza i genitori di Samone, significa restringere il campo della convivenza possibile, e allargare quello dell'ostilità reciproca, nel quale seminano gli estremisti religiosi e gli xenofobi locali.
La tolleranza si impara, e si impara soprattutto misurando l'intolleranza. In proposito, ci sono anche le buone notizie. Proprio ieri il vicepresidente del Consiglio Fini si è allineato con le posizioni di apertura di Pisanu. È lo stesso Fini che, poco tempo fa, dichiarò in televisione che nella scuola non dovrebbero trovare posto gli insegnanti omosessuali. Probabile e deplorevole confusione tra omosessuali e pedofili che oggi, probabilmente, Fini non ripeterebbe più. Allo stesso modo, è sperabile che un velo non venga confuso con lo stendardo di un nemico invasore.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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