Colgo volentieri l'occasione della esagitata reazione di Carlo Bernardini all'articolo di Giovanni Cesareo per il trentennale del primo numero della serie diretta da Giulio Maccacaro della rivista Sapere, per dire la mia sulla portata di quella storica esperienza, visto che sono stato personalmente chiamato in causa. Prima però vorrei dire due parole sul mancato riferimento, di cui Bernardini si duole, alla sopravvivenza della rivista sotto la sua direzione dall'83 in poi. Voglio precisare che in nessun punto dell'articolo di Cesareo si «lascia intendere che Sapere è morta». Era ovvio tuttavia che la nuova gestione, vista la svolta radicale impressa alla rivista, non c'entrava nulla con la precedente. A scanso di equivoci, tuttavia, dico subito che apprezzo che la rivista sia viva e vegeta, perché penso - al contrario di Bernardini che gongola perché la recente nuova edizione di SE ha avuto vita breve - che vedere le cose da più punti di vista sia meglio che pretendere di avere il monopolio della verità. Dirò di più. Penso che, se non fosse per gli editoriali del suo direttore, spesso inquinati da «furori millenaristici» e assai poco aggiornati sul dibattito epistemologico contemporaneo, Sapere sarebbe una rivista di divulgazione scientifica di buon livello.
Detto questo ribadisco che l'esperimento di trent'anni fa non solo fu uno dei più importanti strumenti di elaborazione teorica e pratica del movimento di critica all'ideologia allora (e ancora) imperante della «neutralità della scienza» (che non ha nulla a che vedere con la «critica della scienza») ma fu anche il precursore di molte idee e di molte preoccupazioni che oggi sono diventate, forse grazie anche a noi, di dominio comune. Idee non condivise da Bernardini ma questa è una faccenda che riguarda lui e i suoi animosi sodali.
Non vorrei ripetere cose già dette da Cesareo, ma insisto nel ricordare che la rivista di allora lungi dal «rovesciare sulla scienza pentoloni di impropèri bollenti» si occupava di «fatti» come il Vajont e Seveso e di «incidenti» come le centinaia di morti di cancro dell'Acna di Cengio e della Montedison di Marghera, cercando di portare alla luce la verità nascosta sotto la spessa coltre delle perizie degli scienziati e delle arringhe degli avvocati pagati dai responsabili di quelle nefandezze. Fatti e incidenti che secondo Bernardini «non avevano granché di scientifico», ma avevano avuto un certo impatto sull'opinione pubblica e soprattutto su chi ne era rimasto vittima. Oltre a questo fece anche altre cose che molti considerano ancora oggi meritevoli. Se si pensa, ad esempio, che il piano di sviluppo dell'energia nucleare del ministro Donat Cattin, appoggiato dai vari Bernardini scatenati, prevedeva la costruzione di ben venti centrali nucleari, tutti i cittadini dovrebbero oggi ringraziarci per avere allora efficacemente combattuto quello scempio.
A chi non segua abitualmente la prosa dell'attuale direttore di Sapere sembrerà forse eccessivo il livore del suo giudizio su tutti noi che allora pensavamo fosse giusto impegnarsi in quella avventura. Penso tuttavia che dietro a questo livore ci sia una ossessione che lo perseguita da molti anni. Tra i «nemici della scienza» che turbano i suoi sonni figurano infatti in prima linea gli ambientalisti che, non contenti di aver affossato l'economia italiana con il referendum antinucleare, starebbero, sempre secondo il nostro, terrorizzando l'opinione pubblica con l'invenzione dell'effetto serra e sommergendo il paese sotto una montagna di rifiuti.
Non sarà che Bernardini ci consideri responsabili di aver gettato il seme del dilagare nell'opinione pubblica delle preoccupazioni per le conseguenze del sempre più pericoloso degrado dell'ecosistema terrestre? Se così fosse il vecchio Sapere non sarebbe poi così morto come risulterebbe anagraficamente.
Marcello Cini

Marcello Cini

Marcello Cini (1923-2012), fisico e ambientalista, per tutta la vita ha svolto ricerche nell’ambito della meccanica quantistica, delle particelle elementari e dei processi stocastici. Il suo interesse per la storia della scienza e i temi epistemologici l’ha visto in prima linea nelle discussioni dell’ultimo ventennio del secolo scorso. Per Feltrinelli ha pubblicato Un paradiso perduto (1994) e ha contribuito con uno scritto a La rivoluzione dimenticata di Lucio Russo (2001).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>