"Faiz stai attento. C' è gente armata che ti cerca". Una rapida occhiata verso l' entrata del cantiere e ieri mattina all' improvviso Faiz Ullah Ghulam ha compreso che l' illusione di immunità in cui aveva vissuto fino a quel momento non valeva più. "E' vero che rappresento una ditta italiana. Ma sono un musulmano pakistano e per giunta di carnagione scura. Pensavo che bastasse a proteggermi. E invece no. I terroristi colpiscono chiunque lavori per le ditte occidentali. Vogliono bloccare la ricostruzione dell' Iraq. E quando uccidono non guardano in faccia a nessuno", dice questo tecnico di 48 anni nella sua camera all' hotel Palestine commentando le immagini dei linciati di Falluja. Da una decina d' anni rappresentante della "Marini", una grande ditta specializzata in opere civili con base nella provincia di Ravenna, Faiz sa bene che i colleghi italiani che avrebbero dovuto arrivare nelle prossime ore hanno deciso di rimandare. "Troppo pericoloso - dice -. Peccato, perché qui c' è da concludere affari d' oro". E come è andata a finire con gli uomini armati? "I miei collaboratori nel cantiere di Mahmudiah, una sessantina di chilometri a sud di Bagdad, mi hanno protetto e aiutato a scappare da una porta secondaria. Era ovvio che si trattava di terroristi legati a qualche gruppo locale a caccia di stranieri". Quando ha cominciato a sentirsi in pericolo? "Fino a pochi giorni fa pensavo fossero sufficienti alcuni accorgimenti per evitare guai. Per esempio evito di stare vicino ai convogli americani, non utilizzo i gipponi quattro-ruote tipici degli appaltatori stranieri, e prendo invece i taxi locali o comunque auto anonime, mai di lusso. Ma ora la situazione sta cambiando. Oggi ogni straniero è in pericolo". Come si comporterà? "Ridurrò al massimo le visite ai cantieri fuori Bagdad, non viaggerò più dopo le sei del pomeriggio. Il fatto che lavori per una ditta di un Paese membro della coalizione alleata degli americani mi può causare più problemi. Se fossi francese, russo o tedesco sarebbe un po' diverso". Ha mai pensato a una scorta armata come qui fanno tanti appaltatori? "Mi sembra inutile. Può costare sino a 900 dollari al giorno. E non risolve nulla. Perché se un gruppo di uomini armati di kalashnikov ti fa un' imboscata le possibilità di uscirne vivo sono assai scarse. Invece la scorta attira l' attenzione. Meglio farsi il più invisibile possibile". Perderà affari? "Sì tanti. Perché l' Iraq in questo momento è una gallina dalle uova d' oro per chiunque sia disposto a rischiare. Questo è un Paese in pieno boom economico, c' è bisogno di tutto e la ripresa della produzione di greggio garantirà liquidità, ricchezza. E sarebbe un errore confondere gli iracheni con i terroristi. A fronte di una minoranza infima di estremisti c' è una popolazione desiderosa di uscire dalla povertà. Incontro spesso tecnici e ingegneri bravissimi, grandi lavoratori. Peccato che ora rischino di restare soli, abbandonati a se stessi".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>