In un lungo e popoloso dibattito televisivo sulla "Passione" di Mel Gibson, nel giorno di Pasqua, ho atteso invano che uno, almeno uno dei tanti contendenti rappresentasse anche il mio punto di vista: quello di un non credente. Inutilmente. Ulteriore sintomo che, nell' intreccio infocato della discussione sul mondo, l' invadenza delle fedi e dei fedeli è, in questo momento, travolgente e, se mi è concesso dirlo, opprimente. Non mi sento previsto, anzi, non sono previsto. Nelle discussioni delle scuole coraniche, se ebrei e cristiani debbano restare al mondo oppure sprofondare, non sono previsto. Alla chiamata alle armi del cristiano rinato Bush (e del cristiano rifatto Berlusconi), Dio è con il Pentagono, non solo non voglio, ma proprio non posso rispondere: non capisco la domanda. Nella nuova (?!) geopolitica etnico-confessionale che cerca di ridividere l' umanità secondo la decrepita antinomia Mori e Cristiani, davvero non compaio. E se una bomba dovesse interrompere il mio distratto transito per le strade della mia città, nessun fanatico barbuto sarebbe autorizzato a iscrivermi nell' elenco dei crociati uccisi, e nessun devoto alla memoria di Lepanto potrebbe iscrivermi tra i martiri della fede: gli farei spedire una querela postuma. Spiazzati, anzi sfrattati dal rinvigorire furibondo delle fedi religiose, noi senzadio siamo al margine di ogni discorso. Una parentesi vuota, forse perché la nostra indegnità è tale da renderci indegni perfino di essere nemico di qualcuno, forse perché ci danna la nostra vaga eppure sentita religione dell' uguaglianza tra gli umani, che ci costringe a essere, in qualche modo, amici di tutti. E così, quando leggiamo certi proclami che sortiscono dall' islam più razzista, che annunciano morte alle altre due religioni di Abramo, la tentazione ilare di un sogghigno da imboscato (si sono dimenticati degli atei, forse la scampo~) cede presto il passo allo scoramento. Compaiono (giorni fa, a Napoli) manifesti del Cristo di Gibson guarniti di appelli neocrociati (e neofascisti) che invitano a vendicare armi in pugno il Nazareno. Per contraccolpo da undici settembre, negli Usa spopolano chiese e chiesette di reverendi reazionari, evangelizzatori del mondo in punta di Bibbia e di cannone. Da Haider a Le Pen al cattolicesimo vandeano della Lega, molti europei rigettano l' idea che siano stati i Lumi e la Rivoluzione francese a darci diritto e libertà, e il revisionismo della destra italiana rivaluta le insorgenze sanfediste e fruga nel brigantaggio per scovarne il valore "popolare" e antiborghese dell' antistatalismo. Con un amico miscredente ci si chiedeva, con allegro malumore, se non siano maturi i tempi per organizzare una jihad atea. Ma, per la verità, già ebbe luogo, nel comunismo dell' Est, non meno repressiva e catechistica di tutte le offensive confessionali. E finì male, come meritava, perché l' evangelizzazione atea è un ossimoro, e il proselitismo è in sé la proiezione dogmatica di un Principio al quale informare, con le buone o con le cattive, gli altri. Sì, l' idea di organizzare gli atei ha un che di involontariamente chiesastico, di intruppato e escludente. E tuttavia, bisognerà pure fare qualcosa, noi che visitiamo con uguale rispetto le cattedrali e le moschee, le sinagoghe e i templi indù. Noi che consideriamo l' accusa di "deicidio" agli ebrei, le feroci faide confessional-condominiali in Gerusalemme, o il revanscismo islamico in Europa, come vischiosi e folli cascami di tragedie arcaiche, morti che ghermiscono i vivi, vecchie ossa che mandano a crepare i ragazzi~ La tolleranza è un pensiero debole, non consente di colmare il vuoto identitario con l' attraente immutabilità delle certezze confessionali, delle tradizioni ispirate dal Cielo, soffiando sulle braci antichissime che ancora covano sotto la cenere. Soprattutto, la tolleranza non fornisce il conforto di un Nemico da odiare. Ma, santo cielo, sospesi come siamo sul baratro di nuove guerre di religione, bisognerà pure che la mediocre ragionevolezza degli agnostici trovi, e il più presto possibile, una sua voce udibile, una sua forma culturale e fors' anche politica, e reclami il suo posto in questo pandemonio di Verbi confliggenti. Non resta molto tempo, toni e volumi salgono, e non illudiamoci: il rumore delle bombe minaccia di coprire ogni voce tranquilla, ogni espressione di gentilezza. I tempi sono di ferro e sangue, e organizzare i disarmati e i tolleranti di tutti gli angoli del mondo, oltre che la sola via di scampo, è anche la cosa più difficile da fare, quando non si ha un Libro da brandire o un paradiso da promettere.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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