BAGDAD - L' immagine un po' scontata di questo lungo anno iracheno che non vuole passare è quella di piazza Furdus con la foto di Moqtada Al Sadr dove prima c' era la statua di Saddam Hussein. Ricordate il 9 aprile 2003? A venti giorni dall' inizio della guerra, i marines statunitensi fecero irruzione nel cuore della capitale verso le quattro del pomeriggio. Il Saddam di bronzo fu abbattuto in un modo che, con il senno di poi, si è rivelato la triste metafora dell' autogoverno iracheno. I pochi abitanti presenti nella piazza non riuscirono a smuoverlo di un centimetro con le loro forze. Ci volle l' intervento dei cingolati americani. Le studentesse: "Noi donne siamo il capro espiatorio del nuovo integralismo religioso" "Tutti sanno che gli americani se ne andranno e chi è stato con loro cadrà vittima delle vendette" Poi i marines gli coprirono il capo con la loro bandiera. Ma dalla folla iniziarono i fischi. C' era l' entusiasmo per la fine della dittatura, ma anche l' amarezza per essere stati invasi da un esercito straniero. Gli applausi scattarono solo quando il vessillo a stelle e strisce venne sostituito con quello nazionale iracheno. Ma ieri la simbologia delle immagini è stata ancora più forte. La città è tappezzata dalle foto dei leder religiosi sciiti. E piazza Furdus, proprio davanti agli Hotel Palestine e Sheraton, è chiusa, presidiata dai tank, bloccata dai fili spinati, soffocata dai pannelli di cemento armato contro le autobomba. Difficile uscire da Bagdad con la guerriglia che imperversa dovunque, l' allarme rapimenti e le bande di ladri padrone delle strade. "Questo è il problema degli ultimi 12 mesi: l' insicurezza. Da un anno il nostro Paese è vittima dell' anarchia", ti dicono anche coloro che un anno fa erano apertamente favorevoli a farla finita una volta per tutte con il trentennio di Saddam. Troppo facile però lasciarsi prendere dalla foga del momento. Se chiedi con più pazienza scopri che tanti sono oggi apertamente antiamericani. Ma pochi vorrebbero rimettere la statua di Saddam sul piedestallo in piazza Furdus. Troppo facile dire che la gente oggi rimpiange il pugno di ferro e lo Stato di polizia, compreso i servizi segreti, le prevaricazioni della nomenklatura, i privilegi dei fedelissimi di Saddam. E' impossibile non vedere che tutto sommato in questi 12 mesi c' è stato anche uno slancio nuovo nella società civile, la nascita di una stampa libera, la fine dell' embargo e l' apertura al mondo, la creazione di nuovi partiti, l' inizio di un processo democratico, le basi per un' economia di mercato. Eppure il lungo viaggio nella Bagdad soffocata dal braccio di ferro tra i militari americani e le milizie sciite e sunnite in rivolta getta un' ombra scura, inquietante sui risultati della guerra. Iniziamo parlando con gli avventori incollati alle immagini di Al Jazira nel caffè Semiramis, sulla centralissima Al-Sadoon street pattugliata dai carri armati. "Sa cosa sono stati capaci di fare gli americani attaccando Moqtada Al Sadr? Hanno finalmente unito sciiti, sunniti e persino cristiani. Non riesco ancora a capire perché mai si siano ostinati a chiudere il giornale del movimento di Al Sadr. Tirava meno di 7.000 copie, non lo leggeva nessuno. Ora invece è diventato famoso grazie alle sommosse. E Moqtada da minoritario estremista è passato a raccogliere il consenso popolare", dice Mohammed Al-Khairi, giornalista per un periodico universitario. E' il senso dell' identità nazionale ritrovata. L' unità si costruisce contro un nemico comune. Un gruppo di studentesse universitarie racconta però delle loro difficoltà di fronte al fondamentalismo islamico crescente. "Davanti alle università ci fermano se portiamo i pantaloni, ci costringono a togliere il rossetto. Noi donne siamo le vittime del nuovo integralismo religioso", protestano. Poco lontano le pattuglie Usa annunciano dai megafoni che apriranno il fuoco contro chiunque giri armato e persino sia vestito di nero, come sono le divise delle milizie di Moqtada. Giungendo a Karrada e Mansur, i quartieri più benestanti, colpisce vedere il numero di negozi sigillati da saracinesche di ferro. "I negozianti hanno paura che possa ripetersi un nuovo grande saccheggio come fu un anno fa. E chi possiede merce preziosa la chiude nei magazzini o se la porta a casa", spiega allarmato Mohammad Kudair, un cambiavalute. La memoria dei soldati americani che non fanno nulla per fermare la folla di saccheggiatori che dai quartieri poveri alla periferia si riversa sul centro qui è ancora vivissima. "Il sacco di Bagdad dopo il 9 aprile un anno fa è stato il peccato originale dell' occupazione Usa. Da allora non mi fido più", dice Hamed Al-Masri, proprietario di un supermercato. Fu polemica allora ed è polemica oggi. Gli americani condussero la guerra in modo impeccabile, la conquista della capitale causò molte meno vittime del previsto, nonostante i corpi scelti della dittatura fossero pronti a farsi scudo con i civili. Ma il dopoguerra si rivelò un disastro. Il primo governatore, Jay Garner, venne sostituito dopo poche settimane. E il suo sostituto, l' attuale Paul Bremer, impiegò molto tempo prima di riuscire a impostare il programma verso la transizione democratica.Arrivando a Sadr City, la roccaforte degli sciiti, le truppe americane hanno steso un cordone di pattuglie e presidi volanti. Tutte le vie di accesso sono controllate. Un po' come faceva Saddam dopo la guerra del 1991. Quasi assenti sono invece i poliziotti locali. I viottoli tra le baracche sono letteralmente coperti di bandiere nere, verdi e rosse che inneggiano alle festività per la fine dei 40 giorni del Moharram, la massima ricorrenza del calendario sciita. Il suo inizio ai primi di marzo venne segnato dagli attentati terroristici che causarono quasi 200 morti tra Bagdad e Karbala. Cosa accadrà ora per la sua fine? Si sparge la voce che gruppi di malviventi starebbero preparando "il sacco numero due". Sorvegliano da lontano le banche, i ministeri, gli edifici pubblici, nella convinzione che il regime crollerà presto e loro potranno assaltarli. "Noi restiamo nelle nostre caserme, oppure addirittura a casa. Perché nessun iracheno sparerà contro i suoi fratelli. Tutti sanno che a un certo punto gli americani se ne andranno e chi è stato con loro cadrà vittime delle vendette", dice il tenente maggiore Jassem Mohammad, ufficiale tra la cinquantina di agenti che serve nel commissariato nel quartiere di Al-Kark. Un problema grave questo della polizia che non interviene. In alcuni casi si è addirittura schierata con gli insorti. E' avvenuto a Najaf, Falluja, Nassiriya, Kut. E lo stato di incertezza preoccupa anche i tifosi del calcio. Affermano risentiti, delusi: "La nazionale del Brasile avrebbe dovuto giocare contro la nostra, qui nello stadio Al-Shaab. Sarebbe stato il segno più tangibile del ritorno alla normalità. Ma ora l' incontro è stato cancellato".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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