Prenderemo Moqtada Al Sadr, "vivo o morto", annunciano i comandi americani. E chiedono rinforzi per l' Iraq: 2 brigate mobili, oltre 10.000 uomini. Accusano Siria e Iran di fomentare le rivolte. Confermano che un fragile cessate il fuoco unilaterale è in corso a Falluja. Però non si nascondono che gli scontri potrebbero riprendere. Specie a Najaf dove il braccio di ferro per la cattura, o l' eliminazione, del giovane estremista sciita Moqtada rischia di riaccendere le violenze. A dieci giorni dall' inizio delle rivolte sciite e sunnite gli americani e i loro alleati della coalizione si ritrovano a dover fronteggiare una situazione instabile, che potrebbe portare a nuove battaglie. Ieri i punti fermi della strategia Usa in Iraq sono stati ribaditi in una video-conferenza tra i due comandanti in capo delle truppe in Iraq, Ricardo Sanchez e John Abizaid, e i giornalisti specializzati di cose militari al Pentagono. Il principale è che non c' è spazio per alcun compromesso con Moqtada Al Sadr. "Va arrestato, oppure eliminato", ha tagliato corto il generale Abizaid. Ciò a dire che, nonostante essere stati colti di sorpresa dalla violenza degli scontri, i responsabili americani continuano a ritenere che non vi sia spazio politico per Moqtada in vista del passaggio dei poteri al nuovo governo provvisorio previsto entro il 30 di giugno. Due settimane fa la chiusura del piccolo settimanale degli estremisti islamici Al-Hawsa, l' arresto del numero due dell' imam e la minaccia di eliminare per sempre la sua milizia armata, "le brigate Al-Mahdi", era stata la scintilla delle violenze. Ora Moqtada cerca nel suo piccolo di negoziare. E' di ieri la notizia per cui i suoi uomini armati hanno concluso un accordo con le unità della nuova polizia irachena a Najaf, per cui hanno lasciato loro gli edifici pubblici senza dare battaglia. Fonti politiche rivelano che una delegazione mandata dall' ayatollah sciita moderato Ali Sistani sta facendo da tramite tra Sadr e le forze americane (anche se gli Usa negano). E sempre Sistani avrebbe anche cercato di protegge il leader radicale: Al Jazira ha rivelato che oggi l' ayatollah dovrebbe emettere una fatwa in cui proibisce agli sciiti di catturare o uccidere Moqtada. Anche a Washington il presidente Bush ha apertamente ammesso che quella appena trascorsa "è stata una settimana difficile". "La situazione in Iraq è migliorata. Ma è stata una settimana dura. Gruppi di fuori legge, bande di ladri e terroristi hanno cercato di imporre le loro regole", ha detto ricevendo il presidente egiziano Hosni Mubarak. Da Bagdad i suoi generali chiedono rinforzi. "E' vero la resistenza è stata più agguerrita di quanto previsto. Sul fuoco soffiano agenti provocatori arrivati da Siria e Iran. E le nuove unità di polizia e di difesa irachene non sempre sono state all' altezza delle aspettative, alcune mi hanno deluso. Ora abbiamo bisogno di almeno due brigate americane in più del previsto", hanno spiegato ieri. Il New York Times fa i conti in tasca al Pentagono e spiega che al momento i soldati Usa sul campo sono circa 135.000, 20.000 in più del previsto grazie alla presenza sul campo della Prima Divisione Corazzata. Avrebbe dovuto partire in questi giorni per il normale avvicendamento. Invece è stata inviata in fretta e furia a rafforzare l' assedio di Falluja. Ma come combatteranno ora gli uomini delle "Brigate al Mahdi"? Si valuta che il nucleo degli irriducibili non superi le 500 unità. Però secondo il quotidiano americano se Moqtada fosse messo alle strette potrebbe mobilitarne sino a 6.000. Resta dunque aperta la guerra sui due fronti: il triangolo sunnita a nord della capitale e quello sciita tra Karbala, Najaf e Nassiriya. Per tutta la giornata di ieri i profughi civili hanno continuato ad abbandonare la città assediata dalle "cento moschee", come qui chiamano Falluja. A Bagdad trovano riparo nelle moschee sunnite, prima di venire accolti da famiglie di parenti, amici o anche volontari. In quella di Omar al Muktar, nel quartiere di Al Yarmuk, ieri erano arrivate 125 persone. "Gli americani bloccano il traffico, abbiamo dovuto passare per piste nel deserto. Non sono ancora verificabili sul campo le affermazioni di alcuni tra i profughi per cui gli americani avrebbero appostato cecchini che impediscono i movimenti nella città e bloccano l' accesso agli ospedali. "I cecchini sparano sulle ambulanze. La gente non può arrivare ai cimiteri e seppellisce i morti nei giardini", hanno affermato anche alcuni operatori umanitari occidentali. Ma non sarebbe la prima volta che la guerriglia utilizza le ambulanze e le strutture mediche come scudi. Prima della guerra un anno fa, Saddam aveva trasformato molte moschee e ospedali in veri fortini.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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