Pochi giorni dopo la vittoria elettorale del Psoe in Spagna, su un quotidiano come El Paìs, che ha apertamente sostenuto la svolta, è comparso un commento dal titolo: "E ora, mantenere le promesse". Già, perché le aspettative suscitate da questa inaspettata vittoria sono grandi: una svolta drastica su tutti i piani della politica estera e di quella interna, dai programmi sociali al dialogo sulle autonomie. Il segretario socialista e primo ministro "in attesa", Josè Luis Rodriguez Zapatero, ha ormai ultimato la lista dei suoi ministre e ministri e illustrato ampiamente progetti e iniziative del suo futuro governo. Mantenersi all'altezza delle aspettative suscitate sarà però un compito difficile, avverte Antonio Gutierrez, deputato socialista appena eletto, già segretario generale di Comisiones Obreras, la maggiore confederazione sindacale spagnola (per tradizione politica vicina ai comunisti). "Bisogna riconoscere che il margine della vittoria è stato superiore alle previsioni e questo si deve soprattutto al voto giovane, che è uscito dal suo abituale astensionismo", sottolinea Gutierrez, incontrato a Madrid alla fine di quella settimana in cui il volto politico della Spagna è cambiato. "E' stato un voto per la democrazia, di rifiuto del governo passato, ma non di fiducia piena - o almeno non del tutto convinto dell'alternativa": come a dire che il nuovo governo dovrà meritarsi la fiducia ricevuta. "Quello che è soprattutto mancato negli ultimi otto anni in Spagna è il rispetto della democrazia", continua Gutierrez: del resto, dice, il voto stesso è stato una risposta all'ultima "mancanza di rispetto democratico", quella di un governo Aznar che di fronte alla strage sui treni di Madrid manipola l'informazione: è proprio questo che ha capovolto la vecchia equazione per cui il terrorismo favorisce opzioni liberticide ("gli spagnoli hanno cominciato a vedere che l'equazione meno libertà più sicurezza, sembrata inevitabile dopo l'11 settembre 2001, è falsa: abbiamo meno libertà ma non più sicurezza né più pace nel mondo"). Gli spagnoli con il loro voto "hanno detto che ci vuole più democrazia per opporsi al terrorismo".
Se la domanda è "più democrazia", quali sono le prime misure da attendersi dal nuovo governo, che diano il senso di un cambiamento? Secondo l'ex segretario di Comisiones Obreras, "un modo rispettoso di fare politica", il rispetto della pluralità. E "la libertà d'informazione, a cominciare dalla tv pubblica". E poi "ci sono gli impegni annunciati da Zapatero fin da subito: ritirare le truppe spagnole dall'Iraq il 30 giugno se non c'è un'assunzione di responsabilità delle Nazioni unite, ricollocare la Spagna in Europa. Aznar, nella sua megalomania, si vanta di aver "fatto uscire la Spagna dall'angolo della storia" ma la verità è che ci ha messo all'angolo in Europa".
Poi c'è il programma sociale, l'occupazione, il welfare.
Questa è l'eredità più difficile che ci lascia la destra. Ormai la Spagna non trattiene più investimenti che cercavano solo il vantaggio comparativo di salari più bassi, e però non abbiamo le risorse e gli strumenti politici per costruire un'economia produttiva. Non sarà facile la transizione da un modello speculativo, basato sul lavoro precario, a un'economia produttiva e un'occupazione di qualità, e senza lasciar cadere il tasso di crescita.
Il governo Aznar vanta proprio il successo dell'economia.
E' il vanto più esibito, ma se guardi gli ultimi trent'anni l'economia spagnola è crescita del 3 percento annuo: non è poi questo gran miracolo. La fase di espansione è cominciata alla fine del `94 e quello che è cambiato dal `96, da quando la destra è al governo, è che la produttività del lavoro è crollata. Cresceva del 1,5% annuo, ora siamo allo 0,56%. Dunque: sì, abbiamo avuto un'economia che tira ma non un sistema produttivo, non investimenti in ricerca e sviluppo... E' un'economia basata sul rendimento a breve termine: investimenti immobiliari - e questo, va detto, era cominciato già con il governo socialista negli anni '90. O con una politica monetaria assurda che ha sopravvalutato la peseta e permesso la speculazione finanziaria. Poi la politica fiscale: le tasse sono diminuite per i più ricchi, ma la pressione complessiva è aumentata di 3 punti. I redditi medi e bassi ne hanno sofferto di più: l'inflazione si è mangiata il presunto ribasso delle tasse e sono aumentate le imposte al consumo. Il governo Aznar ha esibito molto anche il suo equilibrio di bilancio: ma è basato su una contabilità creativa. La pratica dogmatica del deficit zero, in un paese con un'economia così mal articolata, si è tradotta in due cose: il deficit di investimenti in ricerca e sviluppo - la Spagna spende lo 0,9 percento del suo Pil, meno di molti paesi che stanno per entrare in Europa - e poi in perdita di qualità di servizi essenziali come la sanità e l'istruzione. Nella scuola aggiungi il revisionismo ideologico della destra, che antepone la presunta "libertà di scelta dell'insegnamento" all'eguaglianza delle opportunità: finisce in insegnamento religioso e finanziamenti statali alla scuola privata [come suona familiare, osservo. Gutierrez ride: "Le destre si assomigliano più delle sinistre"].

Un risvolto di tutto questo è la precarizzazione del lavoro...
Già, in due indicatori la Spagna è in testa, in Europa: il tasso di disoccupazione al 12% e la precarietà, o "temporaneità", dell'occupazione al 32%. Considera che la concertazione sociale in Spagna è stata un coadiuvante della transizione politica, cosa che abbiamo assunto in modo cosciente e convinto. Ma ha creato delle distorsioni: un eccesso di interventismo pubblico nelle relazioni di lavoro e un eccesso di politicizzazione del conflitto. Il governo era diventato non l'arbitro ma una parte, anzi la più importante. Sto parlando anche dei governi socialisti. Così, nel '95 è cominciato un negoziato, per iniziativa sindacale, al margine del governo socialista che stava cadendo: ha portato nel `97, con la destra ormai al governo ma in minoranza, agli accordi autonomi tra imprenditori e sindacati attorno all'idea che la maggiore ricchezza di un paese industrializzato è la sua manodopera, e che un eccesso di lavoro precario e basso è uno sperpero della nostra capacità di sviluppo: la struttura dell'offerta perdeva qualità, la produttività calava, alla fine l'economia si sarebbe accomodata nei segmenti della domanda meno elastica, che sono i meno competitivi. Insomma: su questa base abbiamo costruito una serie di negoziati per la stabilità dell'occupazione. Nella legislatura ora conclusa però il governo ha smantellato questi accordi. [Nella conclusa legislatura il Partito popolare ha governato con la maggioranza assoluta, ndr]. E' tornato al vecchio interventismo pubblico, ha spazzato via gli accordi del `97 con una riforma del lavoro per decreto, il decretazo. La battaglia che avevamo costruito contro la precarietà del lavoro è stata smantellata. Il lavoro precario è la grande distorsione del mercato del lavoro, ed era già cominciata con il governo socialista: sia chiaro, eravamo contro allora e sarei contro adesso. Già allora dicevano: i posti di lavoro temporaneo di oggi sono i posti fissi di domani, ma è una menzogna. Hanno permesso alle imprese di praticare non la flessibilità ma la deregulation pura, sulla base di un'altra menzogna: che abbassare il costo del lavoro renda più competitiva l'economia.

Cosa si aspetta allora dal prossimo ministro del lavoro?
Che non cominci a tirare randellate come un cieco... è un modo di dire, da Cervantes. Voglio dire: non serve buttare là una nuova riforma del lavoro. Dovrebbe invece cominciare ad ascoltare le parti sociali, i sindacati, gli imprenditori. E il settore di economia sociale, che non può restare al margine delle decisioni sul mercato del lavoro. La disoccupazione qui ha nomi di donna, e di giovani. Bisogna cercare forme di reinserimento lavorativo per le donne, che siano degne. Nel `98 ad esempio avevamo negoziato un contratto di part time a tempo indefinito, cioè non precario, con tutti i diritti e contribuzioni sociali: nel 2001 il governo lo ha rotto. Ma soprattutto ci vuole una svolta nella politica economica, perché le riforme legali in definitiva non creano occupazione. Ciò che crea occupazione, e determina la natura del lavoro creato, è il modello economico. Servono investimenti in ricerca e sviluppo e in un'economia produttiva. Dobbiamo imboccare un modello economico che produce valore aggiunto e richiede lavoro qualificato. Anche questa è questione di "più democrazia".
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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