Una delegazione iraniana è arrivata ieri a Baghdad per "aiutare a risolvere la crisi" aperta con Moqtada al Sadr, il leader sciita iracheno che ha lanciato le sue milizie in uno scontro aperto con le forze d'occupazione. Preceduta da alcune dichiarazioni pubbliche del ministro degli esteri iraniano Kamal Kharrazi, la delegazione di cinque persone è guidata da un alto funzionario degli esteri, Hossein Sadeghi, direttore degli affari regionali del Golfo. Sadeghi non ha detto molto, arrivando ieri a Baghdad: "Non c'è nessuna mediazione. Siamo qui per valutare in modo chiaro e capire meglio cosa sta accadendo in Iraq". Come paese confinante, ha sottolineato, "l'Iran è sempre stato molto preoccupato dagli sviluppi negativi in Iraq". Ha detto che il gruppo intende andare a Najaf, la città sciita sede delle massime autorità religiose - la marja - e intende incontrare anche Moqtada al Sadr. L'agenzia iraniana Irna aveva precisato che la delegazione incontrerà l'Autorità provvisoria della Coalizione occupante, il Consiglio provvisorio di governo, e leader religiosi sciiti
Proprio nella serata di ieri Moqtada ha fatto sapere di aver accettato di negoziare con le forze d'occupazione lasciando cadere le condizioni elencate nei giorni scorsi: ma non sembra davvero che sia stato l'intervento iraniano a convincerlo. La visita della delegazione di Tehran però merita attenzione, perché dice qualcosa sulle relazioni tra l'Iran e gli Stati uniti.
L'invio di una delegazione a Baghdad sarebbe la risposta a una richiesta di aiuto da parte americana, o almeno così l'ha presentata ieri il ministro degli esteri iraniano Kharrazi (da parte americana non ci sono commenti). Rispondendo a dei giornalisti ha detto che tra Tehran e Washington "ci sono stati molti contatti, anche in merito all'Iraq". "Naturalmente hanno chiesto il nostro aiuto per ricolvere la crisi [in Iraq], e noi stiamo facendo degli sforzi in questo senso". Ha precisato che lo scambio di comunicazioni - scritte - continua ad avvenire attraverso l'ambasciata della Svizzera a Tehran, che cura gli affari americani da quando le relazioni diplomatiche tra Iran e Usa sono interrotte (dal 1980, quando un gruppo di studenti prese l'ambasciata americana a Tehran e tenne il personale in ostaggio per 444 giorni). Kharrazi ha però aggiunto che i contatti con gli Usa "non portano a nulla", che Washington in Iraq ha preso la "direzione sbagliata". L'Iran sostiene che solo un forum regionale, che riunisca regolarmente i paesi vicini dell'Iraq, può aiutare a trovare una via d'uscita.
I contatti tra Iran e Stati uniti non sono in sé una novità. L'Iran era stato incluso dal presidente americano George Bush nel suo "asse del male", insieme all'Iraq e alla Corea del Nord, ma questo non ha impedito che dopo l'11 settembre 2001 siano cominciati i primi contatti diplomatici diretti tra Washington e Tehran nell'ambito del gruppo detto "sei più due" che includeva Stati uniti, Russia e i sei paesi confinanti con l'Afghanistan. Il doppio registro di accuse e contatti discreti è continuato. In vista della guerra all'Iraq, Tehran ha silenziosamente cooperato con gli Stati uniti spingendo gli exilés iracheni sotto sua protezione a unirsi all'"opposizione irachena" sponsorizzata da Washington e poi entrare nel Consiglio provvisorio di governo iracheno, creazione americana che Tehran riconosce formalmente. Si tratta dello Sciri, o Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iran, forza guidata dalla famiglia di ayatollah Al Hakim che ha trascorso in esilio a Tehran gli ultimi vent'anni proma della caduta di Saddam Hussein: un'opposizionelegata a Tehran a doppio filo (la Brigata al Badr, milizia dello Sciri, è stata addestrata dalle Guardie della rivoluzione iraniana).
Anche Moqtada ha dei protettori in Iran: un protettore singolo, non un apparato dello stato ma un ayatollah e giurista islamico, Khadem al Hosseini al Haeri, nato a Kerbala in Iraq ma trasferito a Qom in Iran fin dagli anni '70. Attivo in passato nel partito islamico iracheno Da'awa, al Haeri è poi rimasto fuori dalla politica fino al maggio scorso, quando ha emesso un editto (fatwa) per dichiarare Moqtada al Sadr suo rappresentante religioso in Iraq. Che questa legittimazione religiosa sia stata seguita da soldi o armi è una illazione che non ha mai avuto conferme di fatto.
Nei giorni scorsi i vertici iraniani hanno tenuto a prendere le distanze da Moqtada al Sadr, in risposta alle rituali accuse di "interferenza" lanciate da Washington - in particolare dal generale John Abizaid, comandante delle forze Usa nel Golfo, che lunedì aveva buttato là: "abbiamo indicazioni dalla nostra intelligence che ci sono attività iraniane negative".
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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