Potrebbe essere a una svolta la sfida sanguinosa tra le truppe americane in Iraq e lo sceicco estremista sciita Moqtada Al Sadr. Dopo 10 giorni di tensioni e scontri, ieri il primo segnale di una possibile distensione. "Sono pronto a trattare con gli americani e senza precondizioni", ha detto nel pomeriggio Moqtada dal suo nascondiglio tra i minareti di Najaf, la città santa per eccellenza dell' universo sciita. Il leader estremista rinuncia, in sostanza, alla richiesta del ritiro delle forze Usa dal Paese e accetta di trasformare la propria milizia in un movimento "non militare". Una resa, o qualche cosa di molto simile, aiutata dalla mediazione iraniana e dall' intervento del leader moderato sciita Ali Al Sistani, che con gli americani tratta discretamente sin dalla fine della guerra un anno fa. Ma è un annuncio arrivato davvero all' ultimo minuto. E la cui serietà dovrà essere verificata nelle prossime ore. Da tre giorni gli americani stanno ammassando uomini e mezzi, cingendo d' assedio Najaf. Oltre 2.500 marines, protetti da truppe corazzate fresche, appena arrivate con i nuovi contingenti dagli Stati Uniti, oltre a elicotteri e aviazione. "Lo prenderemo vivo o morto. Questa è la nostra missione. Non c' è spazio per il terrorismo nel nuovo Iraq", avevano dichiarato lunedì i due comandanti in capo delle truppe Usa nella regione, i generali John Abizaid e Ricardo Sanchez. Per un attimo è apparso che Najaf potesse finire come la città sunnita di Falluja: bombardata, con i morti nelle strade, gli ospedali pieni di feriti, cecchini sui tetti, civili in fuga. La crisi parte da lontano. Sin dal primissimo dopoguerra Moqtada si era presentato come l' alternativa radicale agli sciiti moderati, decisa a combattere le forze americane. Lui, vittima per eccellenza delle brutalità della dittatura di Saddam (il padre e due fratelli furono assassinati dalla polizia segreta nel 1999), affermava a destra e a manca che la "liberazione dalla dittatura baath non è venuta dagli americani. Ma da Dio". E aggiungeva minaccioso: "Gli americani e i loro alleati devono andarsene subito". A Najaf e Karbala dicono sia lui il mandante dell' assassinio dell' imam Al Khoi, un moderato arrivato da Londra e favorevole al dialogo con l' Occidente. E forse anche dell' ayatollah Al Hakim, morto assieme ad oltre 100 fedeli nello scoppio dell' autobomba del 29 agosto a Najaf. Non è strano che ora Al Sistani lo tema. Ma non può dirlo a voce troppo alta. Perché con il passare del tempo la statura di Moqtada è cresciuta. Da rampollo viziato e scavezzacollo di una delle più note famiglie tra i notabili sciiti (è al padre e al nonno che deve il suo carisma) si è trasformato in attore politico centrale in Iraq. A metà agosto la minaccia diventa più grave. "Ho creato un mio esercito, la brigata Al Mahdi, per ora è disarmato. Ma potrebbe cambiare", annuncia Moqtada. Però cerca anche il riconoscimento politico e il dialogo con gli uomini della coalizione. Vorrebbe diventare il numero uno dell' universo sciita. Chiama gli uomini del Consiglio di governo "traditori, mercenari al soldo di Washington", ma a tratti sembra che aspiri lui stesso a farne parte. Tanto che Sistani è costretto a cavalcare la tigre dell' estremismo. La popolarità di Moqtada è direttamente proporzionale ai fallimenti della ricostruzione in Iraq. La crisi precipita quattro settimane fa, quando gli americani chiudono il suo settimanale e arrestano il suo numero due, Mustafà Yakoobi. La reazione di piazza è immediata. "Siamo rimasti sorpresi dalla violenza delle rivolte", ammettono i comandi Usa. Scontri che diventano Intifada. Per un attimo nasce l' unità sul campo tra sciiti e sunniti. La battaglia di Moqtada diventa il "mito fondatore" del nuovo Iraq, in nome dell' antiamericanismo. L' imam radicale pone le sue condizioni: ritiro degli americani dall' Iraq, a cominciare dalla zona di Najaf, rilascio di tutti i detenuti. Sino a ieri in prima mattinata lui ripete che è "pronto a morire per l' Iraq". "Sarò martire come mio padre". Ma nelle ultime ore cambiano i toni. Moqtada cancella ogni precondizione al dialogo con Washington. In Iraq è appena giunta una delegazione da Teheran guidata dal viceministro degli Esteri iraniano, Hossein Sadeqi. Questi vede Sistani, tiene contatti con i circoli di Moqtada. E' tra coloro che lo convincono a lavorare per evitare il bagno di sangue. In ogni caso la sua statura politica ormai non più essere ignorata. E' a questo punto che lui annuncia di essere disposto a smilitarizzare le brigate Al Mahdi. Una forza notevole, secondo l' intelligence Usa poteva contare oggi su 6.000 uomini armati. Forse una piccola vittoria anche per l' inviato dell' Onu a Bagdad, Lakhdar Brahimi, che da una settimana cerca di riallacciare il dialogo tra le parti in conflitto. A Falluja, intanto, continuano gli scontri. "La tregua è appesa a un filo", dicono gli americani. Ieri hanno perso altri quattro marines. Salgono così a 87 i morti Usa in aprile, il mese più sanguinoso dalla fine della guerra (in precedenza il triste primato era novembre con 82). Secondo le fonti in Falluja i morti arabi nella città potrebbero invece essere sino a 700. La Mezza Luna Rossa sta allestendo un campo alle porte della città con oltre 5mila famiglie di profughi.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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