Villaggi totalmente in mano alla guerriglia, con servizi di sentinelle ben organizzate, depositi d' armi, strade mai percorse dalle pattuglie americane. "La regione di Falluja sembra una sorta di repubblica indipendente della guerriglia sunnita, dove la guerra non è mai arrivata, dove gli americani non hanno alcun controllo se non dall' aria, anche se i loro elicotteri restano alti per evitare i missili", questa è la descrizione più ripetuta delle località dove sarebbero imprigionati gli ostaggi italiani. La raccontano i giornalisti occidentali che, dopo essere stati presi in ostaggio, hanno avuto anche la fortuna e l' abilità di uscirne vivi. La testimonianza più recente è quella fatta ieri sera da Michal Kubal, il reporter della tv ceca che assieme a due colleghi ha trascorso ben 6 giorni in mano alle bande della zona. "Per tutto quel tempo mi hanno detto che se fossimo stati giornalisti di Paesi membri della coalizione guidata dagli americani ci avrebbero ucciso. Noi eravamo tagliati fuori dal mondo. Chiusi in una casupola in mezzo al deserto, direi una decina di chilometri da Falluja. Quando è arrivata la notizia dell' assassinio di un italiano ci hanno ripetuto che eravamo fortunati a non essere suoi connazionali", spiega. La sua vicenda è in parte smentita dalla testimonianza di Stephen Farrel, nordirlandese di 42 anni, inviato del Times. "Il mio passaporto è britannico. Vengo dal Paese che è il maggior alleato degli Stati Uniti. Eppure dopo 9 ore di interrogatorio mi hanno lasciato andare", racconta. Anche se aggiunge subito: "Ma le cose sul campo cambiano veloci. Io sono stato rapito il 6 aprile. Quando la strategia dei sequestri era appena iniziata. Probabilmente oggi non me la caverei". Il suo racconto è comunque interessante. Spiega bene il tipo di gruppi che operano nella zona. Tutt' altro che pivellini della guerriglia. Al contrario: gente determinata, un sistema di comando e controllo che ricalca la struttura gerarchica del vecchio partito Baath e soprattutto dei corpi scelti dell' ex regime di Saddam. "Laggiù è come se il tempo si fosse fermato a prima di un anno fa. Come se la guerra non fosse mai avvenuta. Io sono stato interrogato in modo professionale, scientifico", ricorda Farrel. Dalle sue parole è come se i gruppi della guerriglia si fossero divisi i compiti. "Sulla strada con una collega americana siamo stati fermati da una ventina di disperati armati di Kalashnikov. Chiaramente manovalanza, banditi, gentaglia. E' stato il momento più pericoloso. "Amerikiiii, amerikiii", gridavano puntando il coltello alla gola e il mitra alla fronte. Il caos. Sahafa, sahafaaa, rispondevo io a squarciagola per dire in arabo che ero giornalista. Lei è salva, noi non tocchiamo le donne. Mi hanno detto. Ma tu sei fottuto". Attraversano in una nuvola di polvere villaggetti dove la gente corre ad applaudire al passaggio del convoglio, gridando "amerikiiii". Delle pattuglie americane neppure l' ombra. Falluja è terra di nessuno, certo non delle truppe della coalizione. Sinché si fermano di fronte a una villa. "A quel punto tutto è mutato. Sono apparsi da un' auto nera tre uomini distinti guidati da un gigante vestito di scuro. Si è presentato con il suo nome di battaglia Abu Mujahed. Se è vero che siete giornalisti non dovete temere nulla. Altrimenti per voi è la fine. Ha detto con aria calma". Cambiano le regole del gioco. Non ci si deve più preoccupare di una sventagliata di mitra. Occorre invece pensare a cosa rispondere alla ridda di domande e apparire convincenti, coerenti. La sfida si fa verbale. "Siamo giornalisti. Come volete che il mondo sappia della morte di Yassin a Gaza o dell' assedio di Jenin? Senza di noi non saprebbe neppure nulla di ciò che avviene in Iraq". I tre che interrogano sono esperti, ex agenti dei servizi di Saddam, gente che conosce la stampa occidentale. E infatti alla fine li lasciano andare. In cambio di una promessa: "Dite al mondo che non siamo criminali. Combattiamo contro l' occupazione".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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