Dovevano partire venerdì 9 aprile per quel viaggio maledetto verso Amman. Ma cadeva l' anniversario della presa di Bagdad. I servizi di intelligence del Cpa (l' autorità governativa guidata dagli americani) avevano segnalato una giornata difficile, violenta. "Così Fabrizio Quattrocchi, che aveva il compito di organizzare il convoglio, si lasciò convincere a rinviare sino a lunedì 12. Non fu semplice, perché tutti e quattro avevano fretta di partire. Specie Salvatore Stefio, che era giunto dall' Italia solo il 5 aprile con quattro compagni e in 48 ore si era visto sfumare l' affare della sua vita. Un contratto milionario con la Edinburgh Risk britannica per provvedere le scorte a membri del Congresso Usa in Iraq. Roba da quasi 1.000 dollari al giorno, più il rilancio sul mercato internazionale della sua piccola compagnia privata di sicurezza, la Presidium. E si trovava invece a doverci chiedere di pagare la stanza qui all' hotel Babel. In Italia aveva già appuntamento con gente della Confindustria, meeting importanti il 28 aprile. Aveva capito che l' Iraq poteva essere una gallina dalle uova d' oro per chi si occupa di scorte, body guard e sicurezza. E voleva tornarci il più presto possibile. Quindi, lunedì mattina, tutti i passeggeri insistettero su Fabrizio perché accettasse di prendere il gippone che gli aveva portato la compagnia dei taxi all' ultimo minuto, invece delle due auto Caprice veloci concordate la sera prima".

La ricostruzione
Quando ripensano al film di quelle ultime ore con i colleghi rapiti, Valeria Castellani e Paolo Simeone quasi si mettono a piangere dalla rabbia. "Hanno commesso un mucchio di errori! Avremmo dovuto fermarli. E dire che c' era stato anche un segno premonitore. Appena usciti da Bagdad una pattuglia americana li aveva fermati e sequestrato i 3 mitra pesanti che avevano con loro perché non avevano le licenze personali per quel tipo di armi. Sono rientrati verso le 9. Troppo tardi per ripartire per un viaggio che con le diversioni nel deserto per evitare la zona tra Falluja e Ramadi avrebbe necessitato sino a 18 ore. E invece ancora non li abbiamo fermati. Si sono rimessi in viaggio con due pistole e una mitraglietta leggera. Anche se mi sono convinto che le armi sarebbero state inutili. Ma sono arrivato alla conclusione che i nostri compagni sono stati venduti. Gli americani qui mi dicono che i taxisti prendono sino a 10.000 dollari per ogni occidentale consegnato alla guerriglia. I nostri colleghi sono stati traditi e condotti a un finto posto di blocco dei terroristi", dice Paolo. E' un racconto carico di dettagli, quello che hanno fatto ieri pomeriggio per 3 ore nella stanza in disordine dell' hotel Babel, che stanno sgombrando. "Troppo pericoloso, questo posto pullula di spie", dicono caricando il loro gippone di giubbotti antiproiettili, scatole di munizioni, ma anche video, un forno a microonde, il phone di Valeria, lattine di birra. Un racconto che parte da lontano. Valeria, 30 anni, residente a Vicenza, ha il passato di una ragazza scontenta per la "normale vita di lavoro nella provincia ricca del Nord Est". Laureata in legge, impiegata in una ditta che tratta prodotti petroliferi, perde il posto "con il crollo dei mercati dopo l' 11 settembre". Allora sceglie le organizzazioni umanitarie che operano all' estero. "Altro che militante nell' estrema destra innamorata delle armi, altro che fascistella dell' ultima ora!", esclama. Nel 2003 è volontaria tre mesi per l' Ong Intersos in Afghanistan, aiuta i profughi in un campo presso Kandahar. Poi, l' estate scorsa parte per Bassora con un' altra Ong, "Un ponte per", il fiore all' occhiello della sinistra italiana in Iraq. E' qui che conosce Paolo, genovese, 32 anni, che sta sminando i campi di guerra lungo il Kuwait per conto di Intersos. Lui ha trascorsi diversi: lo dicono i tatuaggi del battaglione San Marco sulle braccia, i 5 anni trascorsi nella Legione Straniera. "Mai stato mercenario nel senso violento del termine, mai lavorato per alcun servizio segreto, mai alcun contatto con l' intelligence Usa. Anzi in questi giorni ho cercato inutilmente un rapporto con la Cia o con i servizi italiani per aiutare i nostri amici. Mi hanno ignorato", dice lui. La sua specializzazione è lo sminamento. Per Intersos a 2.500 euro al mese in Angola, Kossovo e Afghanistan. Infine, dall' agosto al dicembre scorsi, Iraq. "In tutta la mia carriera ho neutralizzato oltre 750.000 ordigni", dice fiero.

L' esperienza in Iraq
Ma a Bassora capiscono anche che in Iraq chi si occupa di sicurezza può fare milioni. Valeria conosce l' addetto ai servizi di scorta per Save The Children. E' Malcom W. Nance. "In quel momento Malcom stava cambiando lavoro per diventare l' addetto alle scorte per la Bearing Point, la società Usa di consulenza per grandi multinazionali che stava avviando le proprie attività in Iraq. Ci offre di farlo con lui. E per l' occasione ci associa a una ditta di sicurezza tutta irachena, la Naf Security: ci serve per aggirare i problemi delle gare di appalto. A fine dicembre l' affare è concluso. E io chiamo in Iraq alcuni miei vecchi amici: persone che avevo conosciuto a Genova, agenti di scorta, body guard, gente che frequentava con me il club di paracadutismo. Una volta, saranno stati 5 o 6 anni fa, ho anche scortato Berlusconi per qualche ora", ricorda Paolo. Lo raggiungono così Fabrizio Quattrocchi, Luigi Valle, Alessandro Favetti, Cristiano Meli. Paolo è il team manager. Valeria l' amministratrice. "Quattrocchi lo conoscevo poco. Mi era stato raccomandato da Luigi Valle. Era ex sottufficiale di fanteria meccanizzata, brava guardia del corpo, campione europeo di Tai Kwon Do. Un professionista. Carattere fiero. Ti fissava negli occhi senza parlare. Per chi non lo conosceva poteva essere una sfida. Quando li hanno catturati mi sono detto: speriamo che non li sfidi troppo con lo sguardo", aggiunge Paolo.

La societa' americana
A metà gennaio l' impresa funziona. Il lavoro decolla. A un certo punto anche l' addetto italiano agli affari culturali del governo americano in Iraq, l' ambasciatore Mario Osio, chiede la loro protezione. Loro la fanno per un giorno. Ma quando presentano il preventivo di spese previsto fino al 31 marzo, vengono ignorati dalla rappresentanza diplomatica italiana. "Avevamo tante spese iniziali: radio, giubbotti, vitto e alloggio. Nessuno di noi è assicurato. Però le prospettive sono infinite. Gli stipendi possono superare i 20.000 dollari al mese". Ma c' è un problema: "Nonostante ciò che promettono gli americani, se non sei dei loro non ti danno contratti: a noi italiani restano le briciole. E nessuno ci aiuta da Roma", spiega Valeria. Da qui l' idea di costituire una società con base negli Usa. A fine gennaio fondano la Dts Security, registrata nel Nevada, cui si aggiunge in febbraio un' amica americana conosciuta a Bagdad, Kathleen Stanley. Non sapevamo che in Virginia era registrata un' altra società, con la stessa sigla. Nulla a che vedere con noi". Con questa mossa l' ombrello statunitense è garantito. E la Edinburgh Risk offre un contratto per la scorta ai membri del Congresso Usa. "Ci sentivamo a cavallo", sospira Valeria.

L' arrivo di Quattrocchi e gli altri
Improvvisamente hanno bisogno di rinforzi. E contattano Stefio, che arriva con Maurizio Agliana, Umberto Cupertino, Giampiero Spinelli e Gridi Forese. "Una delusione. I nuovi arrivati vanno forse bene per piantonare i piani degli hotel. Non hanno l' addestramento per fare la scorta nelle strade di Bagdad. Ma non importa. Noi eravamo pronti a lasciare le scorte offerte da Bearing Point, pur di tenere la nuova opportunità. Anche perché finalmente ci garantivano l' assicurazione personale. Sino ad allora persino i Lloyd' s di Londra ce l' avevano rifiutata", ricordano. Il resto è storia di oggi. Lo scoppio delle violenze induce gli americani a bloccare gli arrivi di vip da Washington. Il gruppo degli italiani si sfalda. Alcuni trovano contratti "lampo" con la Dyncorp, il colosso Usa dei soldati privati. Altri per le società di telefonia e comunicazioni americane. I quattro con in testa Quattrocchi e Stefio partono invece per Amman. Ad attenderli ci sarebbe un collega della prima ora, Luigi Valle, che secondo i piani dovrebbe rientrare a Bagdad con Quattrocchi e un altro italiano. Ma questo viaggio non si farà mai. "Ora se ne dicono di tutti i colori. Qualcuno ha scritto persino che sarei ricercato. Fesserie! - sbotta Paolo -. Ho visto anche il rappresentante italiano qui a Bagdad, Gianludovico De Martino. Nulla di strano. Con Valeria e gli altri continuiamo a lavorare qui. Semmai ora il problema è liberare i nostri compagni e riportare a casa il corpo di Fabrizio".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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