Primi segnali di speranza per gli italiani rapiti. "E' scaduto l' ultimatum dei rapitori. E per ciò che ne sappiamo nessun altro ostaggio è stato ucciso. Un' indicazione che i nostri appelli hanno funzionato. Oggi ci sono più motivi di ieri per essere ottimisti" sostiene Muthannah Harith al Dari, portavoce dell' Assemblea degli Ulema sunniti a Bagdad. Ieri alcuni di loro, tra cui Abdel Salem Kubeissi, hanno incontrato il rappresentante diplomatico italiano, Gianludovico De Martino. E non hanno nascosto una certa soddisfazione. "Lavoriamo tra mille difficoltà, provocate anche dalle reazioni a caldo del governo italiano subito dopo il rapimento. Ora non voglio parlare di percentuali di successo, ma non nascondo un certo ottimismo", ha commentato Kubeissi. Ieri pomeriggio al Dari ci ha ricevuto nelle moschee contrassegnate dai minareti di pietra bianca e azzurra che ospitano l' Assemblea degli Ulema. Nel frattempo giungeva anche una piccola delegazione dell' ospedale della Croce Rossa Italiana che opera dal giugno scorso. "Siamo qui per cercare di organizzare i convogli di aiuti alle popolazioni civili intrappolate negli scontri con gli americani a Falluja. Ma è ovvio che puntando sulla nostra popolarità in Iraq speriamo anche di contribuire a salvare i 3 italiani ancora in vita", ci ha detto il commissario straordinario della CRI, Maurizio Scelli. Sceicco al Dari, avete individuato chi sono i rapitori degli italiani? "No, ancora non conosciamo il gruppo che li ha presi. Ma vorrei sottolineare che noi non siamo mediatori. Ricorriamo alla nostra autorità morale per cercare di convincere i rapitori, chiunque essi siano, a liberare gli ostaggi. Il nostro è un appello religioso alle coscienze di ogni buon musulmano". Cosa ha offerto l' ambasciatore De Martino? Si sta pensando di pagare un riscatto? "Assolutamente no. Il gruppo che ha in mano i vostri connazionali non vuole soldi. E offrirne li offenderebbe, servirebbe solo a peggiorare la situazione". Dunque il prezzo è politico? "Mi sembra di aver capito che le dichiarazioni di principio pronunciate dagli esponenti del governo Berlusconi subito dopo le diffusioni dei video da parte di Al Jazeera hanno fatto precipitare la situazione. La prima esecuzione è stata una reazione a caldo proprio a quelle prime prese di posizione. Lo si è visto anche con gli ostaggi giapponesi liberati. Abbiamo trovato in tasca di uno di loro un proclama dei rapitori in cui si spiega che se a Tokio fossero stati zitti il loro rilascio sarebbe stato molto più rapido". Gli italiani saranno liberi come è stato per i giapponesi? "La situazione degli italiani è diversa. Sono uomini addetti alle scorte alla gente della coalizione guidata dagli americani. In verità sono come soldati, come militari, eguali ai militari invasori dell' esercito americano". La Croce Rossa può aiutare? "Direi di sì. Il lavoro dell' ospedale italiano qui in Iraq dal giugno dell' anno scorso è stato molto apprezzato, sia tra gli sciiti sia tra i sunniti. E ora sono centinaia gli ex pazienti che si adoperano per salvare gli ostaggi". Ma qual è la vera difficoltà sulla via del rilascio? "I quattro italiani erano armati. Se fossero stati giornalisti, operatori umanitari, uomini d' affari sarebbe stato diverso, molto più semplice". Cosa dite nei vostri appelli? "La presa di ostaggi è contraria ai nostri principi e ai dettami dell' Islam. E per la nostra religione ogni prigioniero è sacro, la sua vita va protetta, garantita. D' altro canto questi principi si scontrano con un altro dettame della nostra fede: ogni buon musulmano deve combattere contro lo straniero che invade la sua terra". Dunque? "Dobbiamo capire le ragioni di chi combatte. Specie nella zona di Falluja, che in questi giorni è soggetta a un grave assedio da parte delle truppe Usa. Ma noi ci appelliamo allo spirito dell' Islam e speriamo li liberino. In ogni caso non devono assolutamente uccidere alcun prigioniero. Anche se fossero soldati americani non andrebbero eliminati". Condannate la morte di Fabrizio Quattrocchi? "Ciò che è stato è stato. Siamo pratici, pragmatici. Non stiamo a giudicare il passato. Ci concentriamo invece sul futuro per evitare che vi siano altre esecuzioni".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>