Che relazione c'è tra il prezzo dei farmaci e il loro costo di produzione? A ben guardare, nessuna - e la questione, ormai lo sappiamo, sta tutta nei brevetti. Vittorio Agnoletto, nella sua veste di medico e leader della Lila, la Lega italiana per la lotta all'Aids, fa l'esempio dell'infezione da Hiv, il retrovirus responsabile dell'Aids: su 42 milioni di persone infettate (sieropositive) in tutto il mondo, 38 milioni non hanno accesso ai farmaci che possono rallentare e rendere meno penosa la malattia per il semplice motivo che in molti paesi i sistemi sanitari nazionali non possono permettersi di distribuire il trattamento ai loro utenti perché costa troppo. Quei 38 milioni si trovano, manco a dirlo, in paesi del Sud del mondo e dell'est europeo, e in particolare (29,5 milioni) in Africa. Né si tratta solo di Aids, perché malattie curabilissime come la tubercolosi o la malaria o la semplice diarrea continuano a mietere vittime per lo stesso motivo. Restiamo all'esempio dei farmaci anti-Aids: la terapia con uno dei cocktail più usati (Stamudina, Nevirapina e Lamidruvina) può costare tra 7 mila e 11 mila dollari all'anno, mentre lo stesso trattamento prodotto dalla indiana Cipla fuori brevetto è sul mercato per 350 dollari - con in più il vantaggio che i tre farmaci sono combinati in una sola pastiglia (vedi il manifesto del 16 aprile). Ma le norme internazionali di protezione dei brevetti impediscono a un paese di comprare "generici" a basso costo da chi è in grado di produrli, pena incorrere nelle ire dell'Organizzazione mondiale del commercio... La battaglia contro i brevetti sui farmaci però non riguarda solo i paesi "poveri": anche noi paghiamo i farmaci in modo spropositato. "Non è solo una questione di solidarietà con i paesi del Sud, c'è un interesse comune a combattere la regola dei brevetti", dice Vittorio Agnoletto. "Le case farmaceutiche sostengono che se permettessero ai paesi del Sud di produrre, esportare e comprare generici loro non riuscirebbero a finanziare la ricerca. Ma non è vero". Primo: il peso dell'Africa nel mercato mondiale dei farmaci è irrilevante, l'1 percento; l'Asia conta per il 7 percento, mentre Europa, Nord America e Giappone sono l'84 percento. Secondo, "tra i costi dichiarati dalle aziende farmaceutiche conta più il marketing della ricerca". Lo dice un'indagine dell'associazione Usa Families, secondo cui nel 2001 le 9 maggiori aziende farmaceutiche mondiali avevano speso 45,5 miliardi di dollari in pubblicità e 19 miliardi in ricerca. il 20% circa va in ricerca, tra il 30 e il 39% in marketing presso i governi e i sistemi sanitari occidentali. E poi: "Il magazine finanziario Fortune ha guardato i profitti delle prime 500 aziende al mondo di qualsiasi settore, e poi quelli delle aziende farmaceutiche: ebbene, negli ultimi dieci anni le case farmaceutiche hanno dichiarato profitti 5 volte e mezza più alti della media delle top 500. Se poi guardi gli stipendi dei manager delle 9 maggiori aziende, escluse le stock options la media annuale è di 20,9 milioni di dollari all'anno - se aggiungi le opzioni azionarie siano a 47,9 milioni di dollari all'anno. La Pfizer afferma che in sei mesi di vendite ha recuperato le spese di ricerca e produzione del Fluconazolo: ma il brevetto dura vent'anni, dunque ha 19 anni e mezzo di puro guadagno". Insomma, "da un lato hai profitti smisurati, dall'altro hai prezzi tali che il diritto alla salute è negato".
Bisogna "almeno equilibrare i profitti delle aziende con il diritto alla salute", dice Agnoletto. In pratica, afferma, bisogna limitare la durata dei brevetti e "rendere operativa l'eccezione sanitaria". Si tratta dell'accordo raggiunto presso il Wto nell'agosto 2003 che permette ai governi di importare farmaci generici al minor costo possibile per i sistemi pubblici in casi di emergenze sanitarie - ma con limitazioni tali da renderla vana, il permesso va chiesto di volta in volta al Wto ed è condizionato al nulla osta del proprietario del brevetto... Insiste: non si tratta di "donare" farmaci o fare qualche sconto al terzo mondo, bisogna cambiare le regole commerciali che permettono prezzi alti.

Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>