Una mobilitazione gigantesca è cominciata ieri in India. Coinvolge almeno un milione di pubblici ufficiali e forse altrettanti agenti di polizia e personale di sicurezza, e si prolungherà per quasi un mese. Si tratta delle elezioni legislative: tra ieri e il 10 maggio 675 milioni di elettori vanno alle urne per rinnovare il parlamento dell'Unione indiana, ovvero eleggere i 543 deputati che rappresenteranno a New Delhi questa nazione di un miliardo di persone. Ieri ha votato il primo scaglione, 175 milioni di elettori divisi in 186 mila sezioni elettorali. I prossimi saranno il 26 aprile e poi il 5 e il 10 maggio; e il conteggio dei voti avverrà il 13 maggio: i risultati sono attesi quella stessa sera, come sempre e tanto più perché questa volta tutta l'India ha adottato il voto elettronico. Un milione di apparecchi elettronici, macchinette su cui l'elettore pigia il bottone corrispondente al partito scelto, sono arrivate fin nei collegi più remoti a volte in elicottero, a volte a dorso d'elefante o di cammello. Il voto elettronico, dicono le autorità indiane, permetterà di eliminare ogni errore o frode nei conteggi e di risparmiare parecchie migliaia di tonnellate di carta. Nelle immagini di anziani contadini che schiacciano il bottone, mostrate ieri dalle tv, c'è una sintesi dell'India stessa: modernità, stratificazione sociale, arretratezza, tutto mescolato in un sano esercizio di democrazia.
Le previsioni della vigilia, e anche gli exit poll di ieri, assegnano la vittoria alla coalizione di centro-destra che governa l'India dal 1998: l'incertezza sta nel margine, e soprattutto nel risultato del nazionalista Bharatiya Janata party (Bjp) del primo ministro Atal Behari Vajpayee, che guida una coalizione di 22 partiti (l'Alleanza democratica nazionale). Ma sondaggi e exit poll restano incerti in India. Meglio vedere cosa è in gioco in queste elezioni, forse le più importanti da un decennio.
Per il governo uscente il momento è assai favorevole. In gennaio è cominciato un processo di dialogo con il Pakistan che ha aperto speranze concrete di mettere fine all'eterna ostilità tra i due paesi nati dalla Partizione del 1947 - solo un anno e mezzo fa lungo la frontiera indo-pakistana erano schierati eserciti in assetto di guerra, batterie di missili e portaerei. D'altra parte l'economia cresce (le previsioni quest'anno sono attorno all'8 percento), il mercato azionario ha registrato nell'anno in corso la crescita maggiore degli ultimi dieci, le riserve di valuta estera hanno superato i 100 miliardi di dollari, l'inflazione è bassa, il tasso di sconto pure. Certo, gran parte della crescita sta nel monsone, che l'estate scorsa è stato ottimo e ha permesso un boom agricolo: in India il 70 percento della popolazione vive della terra (e dipende dalla pioggia che cade ogni anno tra giugno e luglio); l'anno precedente era di siccità e l'economia era cresciuta solo del 4,4%.
Fattostà che monsone buono, economia in crescita e dialogo con il Pakistan concorrono a quello che gli esperti di comunicazioni del partito di governo chiamano feel good factor, il fattore positivo. E quando lo scorso dicembre il Bjp ha stravinto una tornata di elezioni statali, ha deciso di sfruttare la congiuntura favorevole senza aspettare le incertezze del prossimo monsone, e ha anticipato le elezioni previste a ottobre. Nella sua campagna elettorale ha investito milioni di rupie nello slogan shining India, l'India che brilla - l'India del boom economico. Ha lasciato in ombra invece i suoi temi più tradizionali, l'identità, la hindutva ("indianità"), cioè l'idea di supremazia della cultura hindu su tutte le altre culture e religioni che compongono una nazione tanto grande e stratificata. Silenziato l'annoso progetto di costruire un tempio a Ram a Ayodhya, nella pianura del Gange, sul luogo dove nel 1992 una folla di militanti hindù distrusse illegalmente una moschea: l'incidente aveva portato a scontri intercomunitari con oltre 3000 morti (in gran parte musulmani), e lanciato sulla scena politica nazionale il partito che rappresentava il "revivalismo hindu" - il Bjp, appunto.
Per il partito del premier Vajpayee dunque è in gioco un secondo mandato consecutivo. Soprattutto, il Bjp cerca di consolidarsi come "centro di gravità" della politica indiana - il ruolo che per quasi 50 anni è stato del Congress, il partito che con Nehru e Indira aveva incarnato l'India non allineata, autosufficente, laica - con un elettorato misto per religione, casta, classe sociale.
All'opposto, per il Congress queste elezioni sono un test di sopravvivenza. Persa la guida del governo nel 1995, il partito è andato attraverso tre sconfitte consecutive. Guidato da Sonia Gandhi, vedova di Rajiv (il secondo figlio di Indira), è frammentato e sempre più identificato con la dinastia dirigente (questa volta è candidato il figlio di Sonia, Rahul, ultimo rampollo dei Nehru-Gandhi). Nella sua campagna il Congress accusa il Bjp di minare il carattere laico dell'India soffiando sulle tensioni intercomunitarie - ieri si votava anche in Gujarat, lo stato occidentale dove nel 2002 sono scoppiate violenze terribili. Accusa anche il Bjp di aver lasciato la maggioranza al margine della sua shining India, aumentato la distanza tra le classi medie urbane e quel terzo di indiani che vive con meno di un dollaro al giorno. Se riuscirà a invertire il declino, è da vedere.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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