Vista dall' Iraq, ieri pomeriggio pareva carica di incertezze la trattativa per il rilascio degli italiani. «Non pensiamo ci sia un dialogo diretto con i sequestratori. Non li conosciamo. Ma non sappiamo cosa possa accadere nelle prossime ore, sperare nelle svolte è sempre possibile», dicevano i responsabili dell' Assemblea degli Ulema, massimo organismo spirituale degli iracheni sunniti. Problemi aperti e nubi nere sulle speranze del governo di Roma e dell' ambasciatore a Bagdad Gianludovico De Martino, che ieri è stato nella sede dell' Assemblea a parlare del rilascio dei 3 ostaggi e del recupero della salma di Fabrizio Quattrocchi. «Noi ci limitiamo a lanciare appelli di principio. Non siamo negoziatori né mediatori», gli ha risposto Harith Al Dari, studioso di legge islamica e tra i massimi capi dell' Assemblea. E poi, risentito: «Il governo italiano è troppo rigidamente alleato alle posizioni americane». Dottor Al Dari, che cosa offre l' Italia per la liberazione degli ostaggi? «De Martino ha spiegato quanto il suo Paese ha fatto e sta facendo per l' Iraq in termini di aiuti umanitari, ha ricordato il lavoro dell' ospedale della Croce Rossa Italiana a Bagdad, i progetti sanitari e di rilancio economico». Lei che cosa ha risposto? «Che l' Italia ha compiuto scelte sbagliate. La sua politica di alleanza con gli Usa va contro gli interessi iracheni. Dovrebbero guardare all' esempio spagnolo: gli errori si possono correggere, cambierebbe anche l' atteggiamento degli iracheni. Basta vedere com' è mutato Moqtada al Sadr (leader estremista sciita, ndr): dopo il ritiro delle truppe annunciato da Madrid ha ordinato di non sparare agli spagnoli». A Roma c' è speranza dopo che un convoglio di aiuti della Croce Rossa Italiana è arrivato a Falluja. «Grazie per gli aiuti. Ma non penso che possano pesare sulla questione ostaggi. Mi pare ridicolo e offensivo per la nostra dignità pensare il contrario. Prima le truppe della coalizione ci sparano, poi ci danno qualche cassa di medicine e acqua potabile, e noi dovremmo ringraziarle?». Quante volte ha visto i diplomatici italiani? «De Martino è venuto due volte, e un' altra un suo collaboratore. Anche il nunzio a Bagdad ha inviato il suo segretario per organizzare un incontro nei prossimi giorni». Dall' inizio delle rivolte violente e dei rapimenti quanti ostaggi occidentali sono stati liberati grazie al vostro intervento? «Abbiamo contribuito a liberare 8 cinesi, 5 giapponesi, 1 francese e 3 cechi. Gli ostaggi che non sono stati liberati sono 7: oltre ai 4 italiani, 1 danese, 1 giordano e 1 arabo di passaporto israeliano». Il governo italiano si dice ottimista e lascia credere che il rilascio sia imminente. E' un atteggiamento fondato? «Occorre sempre sperare. Siamo nelle mani di Allah. Ma per ora non vedo novità rispetto a ieri. Noi lanciamo appelli morali e religiosi, non trattiamo coi rapitori, non sappiamo chi siano o dove si nascondano». Può dirci almeno se i tre sono ancora vivi? «Nessuno ci ha detto che sono morti. E penso che se i rapitori avessero compiuto nuove esecuzioni lo avrebbero fatto sapere». Si sta offrendo un riscatto in denaro? «No, sarebbe un errore. I rapitori vogliono la libertà, non lo hanno fatto per arricchirsi». Quando potrebbe arrivare la liberazione, entro una settimana? «Non lo so. Magari domani, magari tra due settimane. Non faccio previsioni. Tutto è aperto. Posso solo sperare per il meglio».
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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