«Non esiste ancora un contatto soddisfacente con il gruppo che tiene in ostaggio gli italiani. E soprattutto va tenuto conto che la situazione è molto complicata. I problemi sul campo non fanno credere in un rilascio imminente». Le autorità religiose sunnite, quelle della piccola comunità cristiana mobilitata dall' appello del Papa e, in parte, i diplomatici italiani a Bagdad spiegano così gli ostacoli per chi sta cercando di liberare i rapiti. Perché l' ottimismo espresso sino a ieri mattina dalle autorità italiane non ha mai trovato un vero e fondato riscontro in Iraq. «La ridda di dichiarazioni altisonanti arrivate dall' Italia non fanno che complicare le cose. Non so chi abbia suggerito al premier Berlusconi e al suo ministero degli Esteri che il rilascio fosse imminente. Sta di fatto che non è così. Anzi parlarne in questo modo non fa che ritardarlo», commenta Mohammed Bashar al-Fahiazi, portavoce dell' Assemblea degli Ulema (il massimo organismo spirituale sunnita), che ha mediato con successo per numerosi occidentali rapiti nelle ultime due settimane e alla quale si stanno rivolgendo anche le autorità italiane. Ieri verso mezzogiorno erano qui un diplomatico dell' ambasciata assieme a un funzionario dei nostri servizi di intelligence appena atterrato da Roma. «Si sono artificiosamente create false aspettative. Abbiamo intavolato alcuni contatti. Ma ci vuole tempo, tanto tempo. L' accelerazione delle notizie non serve a nessuno. La cosa migliore è il silenzio» ha dichiarato frettoloso il diplomatico. Ma quali sono davvero i problemi sul tavolo? Una spiegazione più articolata la fornisce Muthanna Al-Dhari, addetto stampa degli Ulema: «Non sappiamo chi siano i rapitori. Però abbiamo capito che il loro è un gruppo molto politicizzato. E' gente che è riuscita a far pervenire in poche ore alla tv araba Al Jazira il filmato del rapimento degli italiani. E subito dopo il video dell' esecuzione di Fabrizio Quattrocchi. Il loro piano ci sembra evidente. Intendono premiare i Paesi che abbandonano la coalizione guidata dagli statunitensi, prima di tutto gli spagnoli. Ma punire quelli che restano fedeli all' alleanza con Washington, come è il caso dell' Italia. Dunque in questo momento non hanno alcun interesse a rilasciare i vostri connazionali. A dire la verità non sappiamo neppure se i tre sono ancora in vita. Anche se tutto ci lascia credere che lo siano, perché da morti non sarebbero più politicamente utili». Al-Dahari torna a sgonfiare le aspettative generate dal primo convoglio di aiuti umanitari per la città assediata di Falluja (si pensa che gli ostaggi siano nascosti nelle vicinanze) organizzato due giorni fa dalla Croce Rossa Italiana. Un altro è previsto per oggi. «E' bene che la Croce Rossa distingua con chiarezza i suoi aiuti umanitari per Falluja dall' eventuale opera di mediazione a favore degli ostaggi italiani. Altrimenti sembrerebbe un' operazione puramente strumentale e perderebbe di qualsiasi credibilità» aggiunge. Un altro canale di speranza è stato aperto dalle autorità religiose cristiane locali. «Ci teniamo a coinvolgere le Chiese sul posto. Loro sanno chi contattare in caso di difficoltà, conoscono le persone, la cultura e la lingua. Non penso invece che le organizzazioni straniere siano ben viste dai rapitori degli italiani. Perciò a livello di nunziatura non ci muoviamo» dice il delegato della Santa Sede, Fernando Filoni. In prima fila è dunque l' ausiliario del patriarcato caldeo, Ishlemoun Warduni, che tra l' altro aveva a sua volta guidato un convoglio di aiuti umanitari per Falluja assieme alla Mezza Luna Rossa già il 13 aprile, un giorno dopo il rapimento degli italiani. «Allora non sapevo ancora dei quattro scomparsi. Il nostro era stato un gesto di solidarietà tra iracheni. Ecco perché è stato tanto apprezzato. Comunque, quasi ogni giorno la Mezza Luna Rossa irachena manda convogli a Falluja e senza fare troppo chiasso» dice Warduni nel suo ufficio. Mentre ci sta ricevendo lo chiama al telefono l' ambasciatore italiano, Gianludovico De Martino. E Warduni non può nascondere l' evidenza. «Sì, c' è coordinamento con la rappresentanza italiana. Però al momento non vedo nulla di nuovo. Navighiamo in acque molto alte. Non sappiamo neppure se gli altri tre ostaggi siano ancora in vita» ammette. Ma che cosa pensa delle possibilità di svolta? «Umanamente parlando sono pessimista. Ma la fede in Dio mi dà speranza. Trovo controproducente il fatto che a Falluja siano ripresi i combattimenti. Per ora occorre tacere, aspettare, soprattutto non illudere i parenti dei rapiti. Lo dico anche a voi giornalisti: per carità, rispettiamo il dolore delle famiglie».
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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