Sembra un compendio dello "sviluppo in-sostenibile". L'elenco comincia con decine di grandi dighe, continua con il progetto di far saltare una serie di rapide con la dinamite per rendere navigabile il fiume, finisce con la scomparsa delle foreste... Il fiume in questione è il Mekong, che nel suo corso tra l'altopiano del Tibet e il Mar Cinese meridionale tocca sei paesi e forma un bacino abitato da 250 milioni di persone. E il "compendio" del suo degrado è nell'Atlante dell'ambiente della sub-regione del grande Mekong, appena pubblicato dal Programma per l'ambiente delle Nazioni unite (Unep) insieme alla Banca asiatica di sviluppo (gli organismi internazionali vanno pazzi per definizioni come "sub-regione": nel caso del Mekong è in voga dalla metà degli anni `90, quando Banca Mondiale e Banca Asiatica di Sviluppo hanno cominciato a lanciare grandi progetti di infrastrutture e di sviluppo tra i paesi rivieraschi). Il Greater Mekong Subregion Atlas of Environment raccoglie per la prima volta informazioni sulle risorse naturali e lo stato dell'ambiente lungo tutto il fiume, e in questo senso è un primo esperimento di cooperazione regionale. Dice che il degrado ambientale è il problema più pressante a cui debbano confrontarsi i paesi rivieraschi. L'elenco dunque comincia dalle dighe: ce ne sono decine in cantiere, sul Mekong stesso e sui suoi affluenti. La prima a buttarsi sui grandi progetti idroelettrici è stata la Cina, fin dai primi anni `80, nella più grande discrezione. Nello Yunnan il Mekong scorre tra grandi gole con dislivelli notevoli, si presta bene: così la prima diga è stata ultimata nel `96, la seconda nel 2003, la terza è in cantiere e altre cinque sono in fase di progettazione - le autorità cinesi la chiamano "cascata di dighe". Tutto questo ha provocato apprensione a valle, perché così la Cina potrà controllare in larga misura la portata d'acqua del fiume. Del resto anche il Laos ha costruito le sue dighe su due importanti affluenti, che contribuiscono per circa un terzo dell'acqua che scorre verso la Cambogia e il delta.
Soprattutto, l'Atlante guarda le proiezioni demografiche nella regione, e si allarma. Nel 2015 si attende che la popolazione del Mekong sarà salita a 290 milioni, e questo basta di per sé ad aumentare la pressione sulle risorse naturali. Oggi la maggioranza della popolazione nel bacino del Mekong è rurale (il 70% nella parte bassa, dal Laos e Thailandia a Cambogia e Vietnam), e l'agricoltura è praticata sul 21 percento della terra. Con l'aumento della popolazione e (si spera) del livello di benessere di paesi poverissimi come il Laos e la Cambogia, è ovvio che aumenterà la domanda di cibo. La Thailandia, il paese più sviluppato della regione, potrebbe raddoppiare la sua domanda di materie prime nei prossimi 25 anni. Allo stesso tempo è da attendersi una forte emigrazione verso i centri urbani. I fenomeni di inquinamento urbano e industriale, per ora localizzati, potrebbero diventare gravi.
Non solo: la necessità di produrre più cibo spingerà a prosciugare molte zone umide e acquitrinose attorno al fiume per coltivarle, e a colonizzare le foreste per guadagnare altra terra da arare. Aumenteranno problemi già visibili, dall'erosione di pendici montagnose denudate alla salinizzazione. Il bacino del Mekong, in particolare dal Laos a valle, vive di un ciclo stagionale unico: il fiume si gonfia nella stagione delle piogge e straripa, allagando le pianure su cui lascerà un buonissimo limo. Nonostante l'alluvione il fiume si gonfia a tal punto, la corrente è così impetuosa, che l'acqua comincia a risalire lungo alcuni affluenti: è il caso del Tonle Sap, che inverte la sua corrente e risale fino al lago omonimo. Poi le acque si ritirano, il Tonle Sap si svuota, la corrente torna a scorrere verso valle. I pesci che avevano risalito la corrente appena nati tornano a valle cresciuti: è la stagione migliore per la pesca. E il pesce è la principale se non unica fonte di proteine nella regione, soprattutto per la popolazione rurale - e l'industria peschiera interna, poco contabilizata, è la base della sopravvivenza dell'Indocina intera. Tutto questo è minacciato.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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