Oggi bisogna essere accanto ai familiari di Agliana, Cupertino, Stefio. Bisogna starci per sottolineare che non sono solo cognomi in ordine alfabetico, non sono immagini televisive di umiliazione o convivialità, non sono l'ennesima occasione quotidiana per scagliare le belle parole della nostra parte contro le brutte parole della parte avversa, ma esseri umani ai quali si può evitare la morte violenta che ogni giorno, in troppi luoghi del mondo, lontano e sotto casa, viene distribuita con ottusa leggerezza. Dobbiamo farlo, però, non perché i tre ostaggi sono italiani, compatrioti, connazionali. E nemmeno perché sono battezzati, con una qualsiasi convinzione politica, tifosi di una delle nostre squadre, colleghi, compagni, camerati o altro. Si tratta di dati di scarso peso, che influiscono poco o niente. La pena che proviamo per loro è la stessa che proviamo per chiunque si trovi nella condizione di chi rischia di essere immolato: una condizione in cui le appartenenze consuete, anche le più esecrabili, ci appaiono all'improvviso vesti stinte. Le immagini che abbiamo visto in tv rimandano - come migliaia di altre immagini che ogni giorno ci mostrano la vita a rischio o distrutta - non a quelle vesti, ma a uomini la cui vita ci sta a cuore per il puro e semplice fatto che è vita e che non va sciupata.
Certo, il realismo politico in circolazione va in un'altra direzione, si esprime con pseudovirili quanto propagandistiche o opportunistiche certezze: non bisogna trattare; la guerra è guerra; nel caso faccio una capatina, ma solo per motivi umanitari etc. Intanto non si risparmiano colpi contro i disfattisti, gli antipatrioti, i femminei pacifisti disobbedienti, tutti filoterroristi. Questo stesso giornale è stato, per giorni, in testa alla lista dei nemici della patria. Perché - questo è il punto - la guerra chiama a raccolta, impone schieramenti, ti chiede chi sei, in cosa credi, per chi parteggi, e intanto ti spinge a fare comunella intorno a una bandiera, intorno a credenze, intorno agli interessi più o meno grassi di pochi. Diventa insomma difficile, mentre prende piede il clima bellico, dare senso vero alle parole e così sottrarsi alla voglia di linciaggio, per ora politico o morale, che c'è in giro.
Si tratta di una brutta china che però bisogna pazientemente risalire. Le patrie, le bandiere, il vivere e il morire da italiani, le fedi, le radici, gli stati, le padanie piccole e grandi non ci salveranno, ma anzi tenderanno a marcare trincee oltre le trincee, fossati oltre i fossati. Ciò che era usurato o ridotto a rito diventerà un nuovo localissimo collante da opporre ad altri localissimi collanti. E ogni giorno diventerà sempre più difficile mantenersi lucidi, fare chiarezza, cercare territori sempre più ampiamente comuni (parola che in base a una falsa etimologia il buon Eraclito riteneva che significasse: secondo quella ragione che tutti ci tiene insieme) contro le letalissime comunelle. La giornata di oggi va in questa direzione, è uno dei tanti appuntamenti da non mancare contro la distruzione e la morte.
Domenico Starnone

Domenico Starnone

Domenico Starnone (Napoli, 1943) ha fatto l’insegnante e il redattore delle pagine culturali del ‟Manifesto”. Oltre a opere narrative, ha scritto molti libri sulla vita scolastica (da cui sono stati tratti i film La scuola di Daniele Luchetti e Auguri, professore di Riccardo Milani). Con Feltrinelli ha pubblicato Ex cattedra (1985, 1989, poi ampliato in Ex cattedra e altre storie di scuola nel 2006), Il salto con le aste (1989), Segni d’oro (1990), Fuori registro (1991), Eccesso di zelo (1993), Denti (1994, da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo), Solo se interrogato. Appunti sulla maleducazione di un insegnante volenteroso (1995), La retta via. Otto storie di obiettivi mancati (1996), Via Gemito (2000, premi Strega e Napoli 2001), Labilità (2005, premi Flaiano e Castiglioncello) e Prima esecuzione (2007); con Einaudi, Spavento (2009), Autobiografia erotica di Aristide Gambia (2011) Lacci (2014), Scherzetto (2016), Le false resurrezioni (2018); ; con minimum fax, Fare scene. Una storia di cinema (2010). Ha inoltre introdotto, per i “Classici” Feltrinelli, Cuore (1993) di Edmondo De Amicis, Ultime lettere di Jacopo Ortis (1994) di Ugo Foscolo e Lord Jim (2002) di Joseph Conrad.

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