L' incerto cessate il fuoco finisce ieri alle dieci di sera (le otto in Italia). Quindi la battaglia per Falluja inizia con le unità dei marines per la guerra psicologica che dai megafoni urlano minacce, ma anche promesse di risparmiare chi alza le mani "incondizionatamente". Risate amplificate, lo sferragliare di decine di tank in corsa, echi di esplosioni e grida. Sono gli ultimi 20 minuti di fragile tregua. Poi si scatena l' inferno. Gli aerei da battaglia 130H Spectre sparano sui nidi della guerriglia sunnita dai loro cannoncini da 105 millimetri e le mitragliatrici pesanti da 40 millimetri. Un' ora dopo il centro della città è in fiamme, scosso da sei potenti esplosioni, almeno tre depositi di munizioni sono saltati in aria, i tank stanno penetrando dai quartieri periferici e dai minareti i moazzim cantano gli appelli alla guerra santa. La guerriglia risponde con gli Rpg, i bazooka, mortai da 90 millimetri e trappole di mine nelle vie più anguste attorno al cimitero e il mercato. E' la fine della parentesi del negoziato. Si spara nel triangolo sunnita e si combatte dall' altra notte anche nella zona sciita di Najaf e Kufa. Così ieri i comandi americani hanno deciso di porre fine una volta per tutte alle sacche di resistenza della guerriglia. "Cercheremo uno spiraglio di dialogo. Ci daremo tempo per esplorare una risoluzione politica della crisi", aveva dichiarato ancora l' altra sera il segretario di Stato Usa, Colin Powell. Ma George Bush da due giorni si consulta con il Pentagono. Che fare della guerriglia e delle milizie armate in Iraq nella prospettiva della creazione di un nuovo governo più autonomo entro il 30 giugno? Ieri sera sembrava che a questa domanda centrale fosse stata trovata risposta: vanno eliminate con la forza. Guerra dunque. Falluja era una città accerchiata sin dal 4 aprile, quando le nuove unità dei marines appena arrivate nella regione sono state chiamate a punire i responsabili della morte di 4 impiegati di una compagnia privata di body guards americana uccisi e linciati orribilmente nel centro della città. Per due settimane si era combattuto. Gli americani avevano però evitato di occupare la città per non restare impantanati in una guerriglia urbana che sarebbe stata gravosa in termini di immagine e sanguinosa per la popolazione. I morti tra i marines nel solo assedio di Falluja erano stati una cinquantina (oltre 100 per aprile in tutto il Paese, il mese più sanguinoso dalla fine della guerra un anno fa). Quelli tra gli iracheni sono impossibili da verificare. Le fonti locali parlano di "oltre 800 morti e migliaia di feriti". Il ministero del nuovo governo a Bagdad ne indica meno di 300. Comunque un episodio imbarazzante per gli americani, che in poche settimane si sono trasformati per la grande maggioranza della popolazione da liberatori a esercito occupante. Così per 14 giorni si è cercata una risoluzione pacifica. Gli americani hanno chiesto la consegna delle armi pesanti e più in là la cattura dei volontari stranieri che si sono uniti alla guerriglia. "Sono oltre 200, vanno eliminati", dicono i marines. Ieri avrebbero dovuto riprendere le pattuglie miste tra polizia locale e soldati Usa. Tutto inutile. L' altro ieri tre ore di visita nella città assediata mostravano un' atmosfera di attesa nervosa. Nel campo da calcio gruppi di giovani scavavano nuove fosse in previsione di altri morti. La popolazione continuava a sfollare, si pensa che oltre due terzi siano scappati. I gruppi della guerriglia pattugliavano le strade con i kalashnikov spianati. Chi poteva faceva incetta di pane dai pochi forni aperti. Il quartiere di ville fatto costruire da Saddam per gli ufficiali del suo esercito è spettrale. Gli americani hanno occupato le abitazioni più alte e vi hanno piazzato i cecchini. La guerriglia li osserva a poche centinaia di metri. Ieri sera qui ci sono stati gli scontri ravvicinati più duri. Guerriglia comunque ben organizzata perché in verità Falluja non è mai stata sconfitta. Nei giorni finali della guerra un anno fa i suoi notabili andarono dai marines a Bagdad e trattarono la resa. "Noi non resistiamo e voi non entrate nella città", avevano chiesto. Dunque non furono smantellati gli arsenali, rimase intatto il sistema di comando e controllo, addirittura da Bagdad e il resto del Paese vi trovarono rifugio i militanti del partito Baath, gli irriducibili dei corpi speciali, gli agenti dei servizi di sicurezza e del famigerato Mukabarat, che per un trentennio ha torturato, ucciso, spiato. Gli americani accettarono, convinti che l' entusiasmo del nuovo corso avrebbe convinto la gente a consegnare le armi spontaneamente con il trascorre delle settimane. Così non è stato. Falluja è diventata invece la capitale della resistenza sunnita. E anche la cattura di Saddam il 13 dicembre non ha cambiato la situazione. I comandi Usa sono convinti che oggi vi siano annidati oltre 2.000 guerriglieri armati di tutto punto, più i volontari stranieri, tanti legati a Al Qaeda. Molto meno organizzati appaiono gli uomini delle Brigate Al-Mahdi, circa 6.000 effettivi (con un nucleo duro di circa 500-600 combattenti). I fedelissimi dell' imam fondamentalista sciita Moqtada al Sadr. Ma nel loro caso l' estremismo islamico e la profonda convinzione di sostenere la giusta causa della guerra santa sopperiscono alle carenze di capacità militare sul campo. L' altra notte le truppe Usa che circondano le città sante di Najaf e Kufa sono passate all' offensiva. I loro contingenti hanno sostituito quelli spagnoli che si stanno preparando a evacuare il Paese. Non è chiaro se intendano andare sino in fondo per prendere Al Sadr. Due settimane fa i due generali americani in Iraq, Ricardo Sanchez e John Abizeid, lo avevano dichiarato "wanted", da prendere a tutti i costi, "vivo o morto". Ma Moqtada si era chiuso nella moschea di Najaf e chiamato "tutti i buoni musulmani" ad accorrere per difendere la città dall' invasione degli "infedeli". Nelle ultime ore i combattimenti stanno crescendo di intensità. I morti sciiti sono almeno 64, per lo più caduti alle porte di Kufa. Qui tra l' altro si trova anche il campo di addestramento delle Al-Mahdi e qui ogni venerdì Moqtada al Sadr fa sfilare i suoi corpi scelti in divisa nera. Negli ultimi tempi sono cresciuti coloro che indossano il mantello bianco degli "shahid", i "martiri" pronti al suicidio. E' prevedibile che la tensione si allarghi al resto delle zone sciite, inclusa quella al momento relativamente calma di Nassiriya, dove è situato il contingente italiano.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>